30 novembre, Machico

Stamattina il risveglio è coperto di nuvole. Nuvole bianco sporco, non minacciano pioggia, ma neanche dipingono scenari bucolici di valli verdi o spiagge affollate. L’idea di stare in casa tocca le corde dell’ansia latente di una condizione di non vacanza ma neanche di fissa occupazione. La biblioteca si rivela luogo di salvezza dalla pigrizia, luogo adatto alla creatività o almeno ad un tentativo di creazione. Oggi è la giornata buona per aprire finalmente un blog che da molto tempo è astrattamente progettato, ma solo da ieri sera ha un nome e un indirizzo web.

Lo Specchio di Faial.

Ci guardiamo allo specchio in bagno, spalla contro spalla, una metà per uno senza invadere lo spazio dell’altro, una metà del viso che non si vede ma pazienza, paghiamo poco di affitto. Siamo pronti per uscire, la biblioteca alle 10 apre e il tavolino di fronte al mare ci aspetta. L’acqua è un foglio d’argento increspato dalla brezza, sull’orizzonte quelle nuvole spariscono lasciando spazio ad un cielo rosato. Quest’isola ogni giorno ha un colore diverso, non so come faccia. Forse è un po’ magica.

Tra una parola e l’altra le ore passano in fretta, ed è tempo di tornare alla praticità, alla spesa da fare, ai piatti che occupano la cucina. A chi prepara la cena, a chi raccoglie i panni stesi. A un bicchiere di Poncha, a un film. E a domani.

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E’ tutto pronto.

È tutto pronto. La prospettiva di caricare anche la stampante si infrange nel piccolo bagagliaio di un’utilitaria, ma quella sola rimarrà a casa, in compagnia di una manciata di orpelli femminili. Siamo stretti nel parcheggio, la portiera si apre malamente da entrambi i lati e rende difficile assemblare uno ad uno i pezzi della nostra vita. Quella che scopriremo essere una scienza si riduce inesorabilmente a un borbottio di oggetti che pure pretendono un poco di comodità. Un tavolo bianco, arrugginito sulle gambe, regge il peso di ogni cosa, e ogni cosa a formare un grattacielo di speranze, prima fra tutte evitare quel crollo rovinoso che, coincidenza, lo immagino durante un sorpasso,in curva, di un tir, su asfalto bagnato. Fosse freddo metterei i guanti, quelli con le puntine sul palmo a non farti perdere l’aderenza, fosse giorno invece, quegli occhiali grandi e grossi che solo dentro un sidecar non provi vergogna, fosse presto muoverei le spalle, le braccia e le gambe, tanto intimorito dalla lettura, qualche mese prima, di un inserto sulla trombosi venosa del viaggiatore. Disgustato dal suo pseudonimo, sindrome da classe economica, immagino la frizione di una Bentley, che quando non è spinta, spinge sul tuo piede a pomparti sangue nel polmone, e penso a nuovi orizzonti, nuovi business, al razzismo di Larousse. Silvia rimbocca la coperta che tiene saldo il mobilio, e a tutt’ora non so spiegarne il motivo, ma penso abbia voglia di un figlio. Di fuggita i saluti, nel cuore della notte, come emotivamente programmato da chi preferiva singhiozzare su di una dormiveglia, così che rapido indolore chiudo la porta del mio sentire solo dopo averne lasciato una fessura, a spiare lo smarrimento dinanzi la cuccia rossa, il teatrino degli affetti di pelo. Vederla sfocare all’ispessirsi d’un velo di acqua e sale trattenuto a stenti. Il mio fantasma è ancora lì. O forse è proprio lì che se ne è andato. Allora metto gli spigoli a non farmi male, tocco maniglie d’ottone e invento un Dio che sa di missione. Allora penso alla pressione delle gomme, all’altezza dei fari, al prospetto dei consumi, e sto bene. Abbiamo nascosto la macchina in un seminterrato buio, pieno di colonne e spifferi, l’ho sempre chiamato garage, ma in effetti non c’è nulla che in quel posto stia comodo e si senta inviolabile. Non ci sono mai stato tranquillo, fin da quel giorno, appena presa la patente. Gli occhi di mio padre a seguire ogni centimetro della fiancata, rigata, per uno sterzo troppo stretto. Si incazzò davanti a due operai che lavoravano accanto, loro risero, io piansi. Va tutto bene, il rombo, le traiettorie, la telemetria del mio cervello, spingo forte fino ad imbiancare la carne il pulsante che fa alzare l’ultima sbarra, e prima che ci cada addosso, la strada si fa nostra.