31 dicembre, Machico (buon anno!)

Siamo pronti, facciamo l’ultima conta. C’è l’uva, ci sono le lenticchie, lo slip rosso e il vestito della festa. Un anno iniziato male, proseguito zoppicando e terminato come avevamo da tanto sognato. Il prossimo smetterò di mangiarmi le unghie, d’altronde come tutti quelli passati, sarò meno collerico, diventerò più aggraziata, smetterò di fumare, imparerò una nuova lingua. Ricordati di prendere lo spumante, è in frigo. Al giardino ci aspettano per il brindisi e i fuochi d’artificio, dicono che siano impressionanti e noi abbiamo lustrato gli obiettivi. Un cenone a due, qualche candela, un dolce esuberante e i gatti sul balcone per gli avanzi. E’ il momento, siamo in ritardo, salta in macchina. Hai preso lo spumante? …

Buon capodanno a tutti!

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L’arcipelago: Porto Santo

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26-27-28 dicembre, Porto Santo

Dicono si vedano le stenelle balzare dall’acqua nel tragitto da Funchal a Vila Baleira. Due ore e mezza di traversata, fuori sul ponte a sfidare il vento, con il binocolo e un congegno d’aspettativa a far ruotare il collo di centottanta gradi sinistra a destra e viceversa. Grido appena l’onda schiuma forte, guardo l’alba su isole deserte quando Silvia, in coperta seduta, si defila dallo scambio di vedetta allo scoccare delle mezze ore. Da un lato all’altro della barca penso di agevolare le statistiche ma nei passaggi a capitombolo riesco a fare l’incontro di un solo ragazzo delle montagne slovene. Le battute brevi per necessità non compromettono il dialogo a pendolo che instauriamo, così che a domanda e risposta ho anche tempo di pensare alla forma inglese meno scolastica possibile. L’apice si raggiunge al termine della traversata quando riesco a spiegare come mai Bologna sia piena di neve pur essendo in pianura non pronunciando la parola snow. Intanto piove e fantastico sul linguaggio scurrile che prenderebbe corpo inserendo nel gergo termini come grampo, beluga e balenottera di Bryde. Porto Santo, eccola, le isolette che la circondano, quella del calcio, quella del ferro, quella delle carote?!! Tre fari a guardia di una spiaggia immensa, con le dune dietro, con il grano dietro le dune, strani picchi dietro al grano, con le scogliere e la fonte dell’eterna giovinezza dietro ai picchi strani. Una strada che corre la costa, tre alberghi, uno di un rosa mostruoso ma al quale si è spedito il curriculum, fanno talassoterapia per gente che viene in pensione completa e si lamenta delle correnti, qualche urbanizzazione di cattivo gusto e nulla più. È tutto chiuso, bar e ristoranti, la stagione comincia a marzo e oggi è Santo Stefano. Quaranta chilometri quadrati dei quali metà sono accessibili a due ruote, a quattro zampe se piace di più, ne giriamo trentanove già il primo pomeriggio. E mica perché siamo furbi. C’è un’indicazione per Campo de Cima superato l’abitato di Camacha. È una strada sterrata, e ne avevamo prese diverse che senza sussulti raggiungono posti incantati. Rocce rosse sul blu, rocce gialle sul rosso, rocce che sembrano organi a canne, e ancora spaccate, a fessura come i canyon, tutte aride o tutte ancora gialle, poi su fino a che non vedi tutto, davanti un pezzo di terra, un dinosauro pronto al balzo. Era bello questo gioco delle strade sterrate. E sì che la ghiaia diventa pietra, i dossi si fanno voragini, Silvia naviga io tampono il freno, rimaniamo fermi nella sabbia, sgaso dieci volte e ripartiamo, la gomma puzza e sotto si prendono le botte, oramai intorno due jeep enormi, con ruote da fare invidia, le mountain bike lungo le discese, una moto da cross e i pick up del contado. Circondiamo la base militare, uno stabilimento chiamato Sahara, è un buon presagio, poi vediamo il campo da golf. Un’oasi verde speranza, ci passiamo in mezzo dice Silvia, dietro le macchinette tanto a quest’ora non gioca più nessuno. C’è la recinzione, e comunque non ci sarei passato, a prendere pallate e a far figure. Ne usciamo al contrario dopo tre ore di manovre, siamo stanchi e l’unico ragionamento d’un certo livello è che l’isola sia più grande se vai piano. Ci meritiamo un bello spiedino di manzo e tante patatine fritte la sera. È di nuovo mattina e vorremmo essere in pensione completa a fare talassoterapia. Ci accontentiamo di spaparanzare il sedere sul morbido, andiamo a vedere i mulini, e in campagna, che ci sono i galletti nei recinti. Uno cerca di scappare, uno è il triplo degli altri, passiamo una ventina di minuti ad aspettare un accoppiamento che non arriva. Ci sediamo alla taverna di fronte e ordiniamo, galletti arrosto manco a dirlo. Comincia la solita, lunga riflessione sul vegetarianesimo proprio all’addentar della cosciotta. Ce n’è uno nella testa, il dito puntato ai sensi di colpa, mi gioco tutto sull’indifferenza per la carne equina, questo basta a mandar giù. Bevo vino che sa di mandorla, sotto il sole che scalda e zucche appese, il profumo della brace dal camino. Con un piatto di seitan viene in mente Milano, una casa tutta bianca, quelli che si puliscono dopo aver toccato una maniglia. Avete ragione, ma sono nel quadro sbagliato. Ancora sulla spiaggia, poi al museo di Colombo, il primo bagno caldo da due mesi a questa parte, il primo baccalà. Un ristorante cerca per l’estate, ci scambiamo i numeri e un arrivederci, gli italiani compreranno qui e manca il gelato. Ci sono baracche da mettere a posto, il portoghese è molto più semplice e le facce morbide, non serve chiudere a chiave, allora chiamo casa per raccontare dei progetti, poi penso agli amici, alle grigliate sotto le stelle. E dopo il gelato affittiamo le camere, facciamo l’orto e impariamo a pescare. Parte la nave, partiamo anche noi, è buio e i tedeschi con il cappuccino dopo la birra, noi un panino e stasera una pizza. Oggi lavo il pavimento, un pigiama troppo lungo si impiglia al gancio e il secchio intero si ribalta. C’è pure il dragoncello, il cavolo rosso, la polenta fritta, lo zenzero e l’anacardo, non c’è il gelato. Non può mancare il gelato.

L’arcipelago: isole minori

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23-24-25 dicembre, Madeira

C’è un momento, qui nell’isola, in cui si scaccia la malinconia e si sta fuori fino a mattina. È la notte del mercato, e non ne abbiamo per niente voglia. Stephan ci aspetta alle 22.30 davanti al caffè del teatro, noi partiamo alle cinque per cercare parcheggio. Lo troviamo un’ora più tardi, dopo un pacchetto di sigarette, strade chiuse e inversioni, clacson e parolacce. Una ginja, nient’altro che liquore di ciliegia, rasserena lo spirito dentro coppette di cioccolato fondente. Fa caldo anche sulla panchina. Si aprono le danze, capannelli improvvisi avvertono prima d’ogni suono, allora corriamo per non perdere nulla e rimpiango solo un attimo quel trio russo di mandolini elettrici. Le filastrocche, i cappelli che si affilano, uno stuolo di pantaloni a righe e un ballo piegato sulla schiena, la più anziana a girar tra la gente senza dire nulla, mostrando con orgoglio il primo disco inciso. C’è un mimo che si trucca, ci sono anche i fiori a decorare la via, e non fosse per le luci che s’accendono e un Babbo Natale al centro della scena, sembrerebbe davvero una festa di paese, che festeggia un santo solo suo. Comincia un incedere frenetico, e spintoni per vedere un po’ più in là, verso i fiumi che dal monte cadono giù in città, e centinaia di baracche, cassette e pentoloni, l’agitazione di chi se ne occupa, leggiamo poncha e prendiamo tangerina, perché l’agrume soffochi quel po’ d’alcool, c’è la carne, i churros, gli hamburger e i pop-corn, ancora zucchero filato, le fisarmoniche a passeggio. Chi è di qua si ferma e non per guardare, si canta a turno, uno per volta, la stessa melodia e sopra parole, s’improvvisa come un rap di folklore, scherni e dichiarazioni d’amore, magari con la borsa della spesa in mano, si rinuncia al bicchiere versato al bancone. D’un tratto il passante che si credeva spettacolo scompare nel nulla, lasciando le risa dei più anziani a coronare la battuta vincente. Quelle quattro note si fanno lontane proprio ora che viene voglia di partecipare, inseguiamo il duo e ce lo facciamo scappare, poi il profumo del vino e dell’aglio fa intonare lo stomaco come sirene e permettiamo lui di assaggiare. Il manzo è pieno di grasso, solo la mollica nel pane trae il suo beneficio, Silvia manda giù tutto e io mi stimo della sua fame. Un’altra poncha, in una barca che si è fatta carretto, vengono da Camara, hanno le vele e pure lo stile. Faccio qualche foto, passa una vecchietta e mette la mano davanti, mi giro con lo sguardo di coltello e lei una catena di ‘sculpe, poi ride buone feste, ridiamo tutti buone feste. Facciamo anche il trenino azzardando l’acquisto di berretti che si colorano ad intermittenza. C’è ancora musica all’anfiteatro, un giovane amatissimo dal pubblico vocalizza un’interminabile strofa neomelodica, conosciamo il più esaltato del fan-club, bacia Silvia e sputacchia a me, vuole bere insieme, decliniamo per immortalarci sulla renna. Intanto a casa siamo sulla tv locale e cominciamo ad imbarazzarci di noi stessi. È ora, ci sono tutti quelli dell’altra volta più un amico di famiglia che ha perso la moglie da poco. Evviva. Ci rintaniamo in un quartiere tranquillo, alle venezuelane non piace la ressa e si strafogano di lupini, io allora mi lancio in una digressione sulla parabola discendente del calcio austriaco a partire dalla prima metà degli anni 50’, anche Silvia mangia lupini e m’impreziosisce di consigli sull’arte dello sbuccio. Solo uno del gruppo rimpiange la folla, è il nostro uomo, non parla inglese e non capiamo nulla di quello che dice, è sicuramente quello con cui ci troviamo meglio. Balliamo e saltiamo, ci perdiamo, ci inzuppiamo, poi ritroviamo tutti. Fanno la fila per il bagno e sgridano il compare per l’euforia. Butta male e ce la filiamo. Abbiamo già fatto la spesa, saremo noi due soli per la prima volta, è uno strano Natale ma comunque lo sentiamo, senza addobbi e forse più che in passato, ci siamo regalati abbracci e linguine al nero di seppia, oggi manca la neve, i cappotti dei parenti sul letto, la mamma che lava quella montagna di piatti, il girotondo dei cani a tavola, la chiacchierata in macchina con un affetto caro. Domani partiamo, tre giorni nell’isola qui vicina, forse qualche albergo cerca per l’estate, forse vedremo le balene dalla barca. Silvia ha fatto il tiramisù, oggi m’importa solo di quello.

Natale

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L’espada

Si chiama espada, per noi semplicemente pesce sciabola. Lungo e sottile come un’anguilla, nero, denti affilati e occhi d’abisso. A Camara de Lobos cacciavano balene, ora si devono accontentare di questo mostriciattolo lungo un metro e mezzo, e oltre la fatica, la consapevolezza di non essere ricordati con l’arpione al braccio a schiumare coraggio. Gettano reti, scendono fino a 1500 metri sotto il mare, senza sorpresa d’ una cattura diversa. Qui l’Atlantico offre poco altro, solo plancton e pesciolini di superficie. Il salmone viene dalla Norvegia, i gamberi dal Mozambico, le vongole chissà da dove. Ai banchi del mercato siamo pronti per l’asta, chi offre di più chi offre di meno, per il serpentone dalla carne morbida e dal sapore poco invadente. La signora là in fondo si aggiudica il morso migliore, la famiglia per questo Natale sarà accontentata. Bisogna comprare un pezzo bello grosso, perché in cottura l’espada perde volume e un pasto per quattro rischia di ridursi ad un assaggio per il cognato affamato. Lo mangiano anche i bambini, pastellato con le erbette e messo in padella. Da contorno, oltre a taccole e cavolo rosso, una banana caramellata e grigliata, a far la gola di tutto il parentado. Anche noi proviamo a cucinarlo così, come fanno i locali: prendi il tuo bel filetto e lo lasci marinare per un’ora in sale, pepe, aglio, olio e succo di lime, assicurandoti di inciderlo leggermente a formare una croce, così che gli odori raggiungano le fibre interne. Adesso occupati della panatura: come spesso accade le varianti sono tante, e per ognuna di queste otterrai un risultato diverso. Una semplice doratura se usi solo pangrattato, una cotoletta di pesce se aggiungi anche l’uovo, un croccante involucro se al pangrattato sostituisci latte e farina. Veniamo alla banana: sciogli un fiocco di burro, rotola il frutto nello zucchero di canna e adagialo in padella per cinque minuti circa. A fuoco spento, un maracuja ben maturo contribuirà a formare una deliziosa salsa di accompagnamento. Buon appetito, e attenti alle lische!

Porte Aperte n°3

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Le previsioni del tempo.

C’è agitazione nello studio. Il colonnello è seduto mentre gli assistenti al trucco tamponano il sudore, qualcuno allenta il nodo dell’uniforme, qualcun altro mette un cuscino a sollevare le gambe.
“Ce la farai”, incoraggia la regia,
“Prima o poi doveva capitare” sussurra la produzione.
Tre due uno in onda.
“Bel tempo sulla Galizia e i Paesi Baschi, nuvolosità senza rischio di precipitazioni nell’Extremadura e le regioni centrali, sole e temperatura in aumento su tutta la costa mediterranea. E veniamo all’Andalusia. In Andalusia beh, in effetti la depressione atlantica porterà aria fresca, ma le previsioni dell’aeronautica militare non garantiscono se sia questo probabile, o solo possibile”.
“Ti togliamo i gradi, dì quella parola!!” tuona il generale.
“ Va bene, va bene. Ecco, nella provincia di Almeria è segnalato…” e qui balbetta, finge un attacco di cuore, si asciuga, lo sguardo nel vuoto, saluta i figli.
“… un temporale, con tanta pioggia.”
Erano trent’anni che non pioveva ad Almeria, e si deve sapere che all’ufficio di collocamento avvisano che il contratto per un meteorologo è a tempo indeterminato. Salvo che…
Nel corso della storia il tema della successione, dinastica, divina, per merito, elettiva. Ma non è tutto qui, in Italia ad esempio usa la successione per conoscenza, in America trovi occupazione se superi la sfida dei dodici hamburger da mezzo chilo, quelli del Kansas, in Corea del Nord puoi sostituirti ad un operaio se solo affermi che Kim Jong-Il abbia fatto più canestri di Michael Jordan. In Spagna funziona così, me l’hanno detto, quando piove ad Almeria vai a casa, non puoi più fare quel lavoro, porti sfiga e ti carichi di stress.
Noi lo vediamo, il colonnello Anton, dagli schermi di un televisore poco prima Alicante. E subito stupore davanti ad un beverone chiamato espresso, poi rabbia fuori con le cromature dei mezzi pesanti che brillano. Quella rabbia di secondo livello, senza violenza e carico d’odio, quella sconsolata, quella imbestialita per gli Alisei. Quella comunque cieca e che pur sapendolo va bene così, che scagli contro il primo che ti si pone davanti, e allora non il coltello ma l’immaginazione ci fa sembrare giusto punire colui che ha dato la notizia. Come per il frutto cattivo ti arrabbi con il fruttivendolo, immagini che si strozzi con un limone, la melanzana intera nel colon, e sono pensieri intimi che non sveli a nessuno. Come la multa e il vigile, la sconfitta e l’allenatore. Ma la colpa è del sistema, dei comuni, dell’effetto serra, del calcio come business, di quelle cazzo di depressioni atlantiche. Siamo tutti anarchici quando guardiamo la bacchetta che si indirizza al fulmine, quando troviamo un verme nella pesca, con gli ausiliari del traffico. E allora vorremmo essere Zeus, contadini, vigili urbani, metterci dall’altra parte e sfogare ciò che finalmente possiamo, e non ce ne frega più dell’anarchia. Siamo solo ambizione finché non la raggiungiamo, siamo solo passione finché non ce l’abbiamo, siamo animali inefficienti e insensibili, marci e corrotti, e che piova, che tempesti, che spazzi via ogni cosa, vado ad Almeria a fare rissa con il fato.
“Luca, Luca, a cosa stai pensando? Cosa facciamo, stiamo fermi o ripartiamo?”, incalza Silvia
“Sento da mia mamma”
“Ahahahahaha”, sbeffeggia il grillo
“Taci, ho i polmoni che soffrono e l’umidità mi fa male”, rispondo io
“ Ah, e il fumo no?”
“Sei banale, perché non vai a fare compagnia al grillo di Silvia, che sta dividendo l’organico dalla plastica e non rompe le palle?”
Usciamo, siamo sullo spiazzo: “Silvia, grilli, mamma, colonnello, salite tutti in macchina, e svelti!”
“Cos’hai visto, perché tutta questa fretta? C’è un ragno? Un thailandese con la griglia? Una corrente ascensionale? “, chiedono in coro
“No, guardate là, sono i grattacieli di Benidorm, e voglio starci il più lontano possibile.”
I grattacieli di Benidorm, colate di cemento, colori acidi, colori pallidi, terrazze a triangolo, spigolature ovunque, nessun riflesso, tutti in alto per stare vicino alla spiaggia, dietro pianure deserte, ai lati di montagne rocciose, dieci cento mille gru, cantieri aperti, non si vede il mare, fra un po’ non si vedrà il sole.
Ripartiamo, la direzione è sempre quella, la pioggia a volte è bella, anche in tenda, ci scalderemo con un tè, magari fermiamo un giorno di più, magari smetto di fumare, comincerò con le flessioni, te lo prometto e me lo giuro, i capelli crescono con la barba lunga, voglio un braccialetto al polso, dei pantaloni larghi, siamo diversi, non è vero Silvia che siamo diversi?

20 dicembre, Funchal (ci sono anche i dromedari)

Ci sono anche i dromedari nel presepe di Funchal. A grandezza naturale e agghindati con stoffe indiane a specchietti. I bambini cantano e ballano nei costumi tradizionali, la banda, le bancarelle di dolci e liquori, la gente sorride, compra e passa oltre. Camminiamo in mezzo al mercato, tra calderoni di zuppa e mattarelli che tirano il pane. Qui si chiama bolo do caco, si fa con le patate dolci e si spalma di burro all’aglio, ancora caldo. L’atmosfera natalizia si fa sentire anche se non lo vuoi. Luci colorate ovunque, spettacoli tutte le sere, c’è pure la danza del ventre, un lungo trenino addobbato, cappelli rossi su ogni capo. Le ragazze si trasformano in elfi, i ragazzi in garzoni e le nonne col fazzoletto in testa come sempre. A pochi giorni dal Natale l’unica nota stonata sono le maniche corte, qualcuno che nuota, il pirata Henique che attraversa la piazza e capiamo quanto l’isola in fondo sia piccola. Ecco un’idea, andiamo in montagna. Venti minuti di bosco, un paio di strati di nuvole bianche, e dall’oceano arrivi a 1800 metri di picchi che sembrano Alpi, non fosse per il sole che ancora scalda e di neve neanche l’ombra. Luca già fantastica sui 7 km di sentiero che uniscono le due cime più alte, io in all star e vestitino entro nel cono di vento e quasi volo via. Nel tornare dobbiamo toglierci una curiosità, svelare il mondo che sta sotto la corta pista dell’aeroporto. Troviamo due campi da calcetto, uno da basket, giostre e baracconi, il parchetto per i piccoli, gli autoscontri per i grandi, un circuito da rally, le barche per la pesca. C’è anche lo zucchero filato… giriamo la macchina e siamo a posto così.

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