3 gennaio, Curral das Freiras

Silvia dove andiamo oggi?
Alla stalla delle suore!
Ah
La stalla delle suore è un posto che Susanne Lipps definisce romantico. Tanto romantico che l’ente del turismo ha dovuto compiere una delicata operazione linguistica affinché riprendesse la vendita di cartoline. Ci piace davvero, non scherziamo, sono i segni delle feste e l’imminente trasloco che danno un senso di fine la mattina appena svegli. È il giorno dell’affitto, fanno zuppa di castagne lassù e la carne più conveniente dell’isola. Invece sono le nove, l’acqua bolle e butto pasta integrale di pessima qualità. Quando dico di pessima qualità non è sofisticheria, tanto che ho capito come fare: sul sacchetto leggi dieci minuti, conta uno e togli tutto. È la scottura a fare la differenza in certi casi. Che sia il cuore geografico dell’isola tuttavia non c’è dubbio, sulla profonda conca poggia Curral e intorno montagne, è quello che qui chiamano circo, ogni punto cardinale è fissato al cielo da pareti di roccia che s’innalzano senza mezze misure. Queste in particolare non sono le più alte, sicuramente le più spettacolari, c’è il Pico Grande davanti a tutte, con i faraglioni sulla cima a cornificare il viandante. Non provo particolare interesse per i presepi, ma quando l’aggettivo “mega” precede la parola, in genere qualsiasi parola, beh faccio cose che … Questo è lungo dieci minuti di cammino, è fatto con le bambole ed è la sintesi della tradizione. Così bebi mia raccoglie le sterpaglie e ciccio bello lavora al mulino, le case hanno tetti triangolari e arredamenti di legno scuro. Il ritrovo per gli abitanti della valle è proprio tra una scena e l’altra, la piazza è snobbata prima di mezzogiorno, la pasta invece non ha terminato di scuocere al sole nel sedile posteriore della macchina. Si arriva ancora più in basso. Terrazzano fin dal fiume che scorre milleseicento metri sotto, il rumore dei trapani e una cucciolata di cani in mezzo alla strada, le capre a ruminare erba di ottima fattura sotto il ponte mentre partono i coldplay a tutto volume e pensi che sfiga. Dopo un paio di album siamo ancora lì, a fare su e giù per comprendere la bidimensionalità. Disorienta l’insieme, il primo piano è troppo primo piano e ciò che è vicino sembra lontano. Mangiamo. Tralasciamo. Ci serve un caffè e puntiamo lo snack bar “valle delle suore”, scopriremo che tutti gli altri hanno lo stesso identico nome, ma per Susanne Lipps era romantico indicarne solo uno. La tabaccheria è valle delle suore, la scuola pure, la farmacia, l’antipasto, non c’è la guardia medica, c’è la guardia delle suore, insomma, fortunatamente nel xv secolo non è arrivato un arciprelato. Volevamo un caffè, ci hanno rifilato due torte di castagna, un liquore alla castagna, uno al maracuja e uno all’ananas tanto per stomacare. Lo spessore della lievitazione lo quantifichiamo in numero dodici di centimetri. Spendiamo tanto quanto i tedeschi a fianco con primo e secondo, pensiamo che ci abbiano fatto pagare il coperto perché sopra di noi c’era l’ombrellone. Silvia non dice che sta male ed io propongo uno zig-zag tra lombi e lombate, quei luoghi di non ritorno, quelli che ti risucchiano curva dopo curva e non sai più come uscirne. Incontriamo le facce più brutte dell’isola, madri che sembrano zoccole e una quantità considerevole di gommisti. Ci piace e procediamo verso Camacha, Susanne Lipps insiste per visitare il museo del vimini, noi preferiamo chiudere a chiave e vedere da dove partono i sentieri pericolosi, ridiamo poi di una donna con lo zainetto che si avventura sola nel bosco. A Garajau c’è un mega cristo rei, purtroppo quello che è rimasto da fare qui nell’isola o è brutto o costa, oggi è il giorno dell’affitto e abbozziamo un pellegrinaggio. Sulla spiaggia c’è un sentiero tra la roccia, io prendo il tempo ed evito l’onda, Silvia s’inzuppa fino alle ginocchia. Susanne Lipps dice anche che è meglio non dare soldi a chi elemosina, portare la crema solare, rigenerarsi in uno dei tanti Nuns Valley e spendere sette euro per liquori artigianali con l’etichetta dei grandi magazzini, fare un bel giretto a Estreito de Camara per il mercato, guardare gli intrecciatori. Oggi è il giorno dell’affitto, abbiamo la nausea e le scarpe fradicie, la camera sporca e l’ananas in frigo, non sappiamo come andrà a finire, a volte tutto sembra possibile, a volte no, sarà un’altra rivoluzione cambiare le stanze e i tempi, e dopo che faremo. Non c’è nulla di così romantico che raccogliersi nei pensieri noi due, qui a Machico, con il dolore ai reni e il freddo nei muri, domani non ti leggerò Susanne, proprio non ne ho voglia.

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