5 marzo, Vignola

Eravamo sull’ultima nave.
Ora in due case diverse.
E’ passato questo mese e riguardiamo le fotografie per farne un piccolo album, intimo su sfondo nero.
Avremmo voluto curare ancora un poco le nostre minuscole orchidee in bottiglia, scrivere e chiudere ogni cerchio.
Ma la pagina si è spezzata all’improvviso e così la fantasia.
Chissà se arriveremo mai all’ultima parola, intanto, sfoglio i ricordi con la punta delle dita, gli stessi che hai tu, e non mi rendo conto di sorridere ed essere felice.

Annunci

3 gennaio, Curral das Freiras

Silvia dove andiamo oggi?
Alla stalla delle suore!
Ah
La stalla delle suore è un posto che Susanne Lipps definisce romantico. Tanto romantico che l’ente del turismo ha dovuto compiere una delicata operazione linguistica affinché riprendesse la vendita di cartoline. Ci piace davvero, non scherziamo, sono i segni delle feste e l’imminente trasloco che danno un senso di fine la mattina appena svegli. È il giorno dell’affitto, fanno zuppa di castagne lassù e la carne più conveniente dell’isola. Invece sono le nove, l’acqua bolle e butto pasta integrale di pessima qualità. Quando dico di pessima qualità non è sofisticheria, tanto che ho capito come fare: sul sacchetto leggi dieci minuti, conta uno e togli tutto. È la scottura a fare la differenza in certi casi. Che sia il cuore geografico dell’isola tuttavia non c’è dubbio, sulla profonda conca poggia Curral e intorno montagne, è quello che qui chiamano circo, ogni punto cardinale è fissato al cielo da pareti di roccia che s’innalzano senza mezze misure. Queste in particolare non sono le più alte, sicuramente le più spettacolari, c’è il Pico Grande davanti a tutte, con i faraglioni sulla cima a cornificare il viandante. Non provo particolare interesse per i presepi, ma quando l’aggettivo “mega” precede la parola, in genere qualsiasi parola, beh faccio cose che … Questo è lungo dieci minuti di cammino, è fatto con le bambole ed è la sintesi della tradizione. Così bebi mia raccoglie le sterpaglie e ciccio bello lavora al mulino, le case hanno tetti triangolari e arredamenti di legno scuro. Il ritrovo per gli abitanti della valle è proprio tra una scena e l’altra, la piazza è snobbata prima di mezzogiorno, la pasta invece non ha terminato di scuocere al sole nel sedile posteriore della macchina. Si arriva ancora più in basso. Terrazzano fin dal fiume che scorre milleseicento metri sotto, il rumore dei trapani e una cucciolata di cani in mezzo alla strada, le capre a ruminare erba di ottima fattura sotto il ponte mentre partono i coldplay a tutto volume e pensi che sfiga. Dopo un paio di album siamo ancora lì, a fare su e giù per comprendere la bidimensionalità. Disorienta l’insieme, il primo piano è troppo primo piano e ciò che è vicino sembra lontano. Mangiamo. Tralasciamo. Ci serve un caffè e puntiamo lo snack bar “valle delle suore”, scopriremo che tutti gli altri hanno lo stesso identico nome, ma per Susanne Lipps era romantico indicarne solo uno. La tabaccheria è valle delle suore, la scuola pure, la farmacia, l’antipasto, non c’è la guardia medica, c’è la guardia delle suore, insomma, fortunatamente nel xv secolo non è arrivato un arciprelato. Volevamo un caffè, ci hanno rifilato due torte di castagna, un liquore alla castagna, uno al maracuja e uno all’ananas tanto per stomacare. Lo spessore della lievitazione lo quantifichiamo in numero dodici di centimetri. Spendiamo tanto quanto i tedeschi a fianco con primo e secondo, pensiamo che ci abbiano fatto pagare il coperto perché sopra di noi c’era l’ombrellone. Silvia non dice che sta male ed io propongo uno zig-zag tra lombi e lombate, quei luoghi di non ritorno, quelli che ti risucchiano curva dopo curva e non sai più come uscirne. Incontriamo le facce più brutte dell’isola, madri che sembrano zoccole e una quantità considerevole di gommisti. Ci piace e procediamo verso Camacha, Susanne Lipps insiste per visitare il museo del vimini, noi preferiamo chiudere a chiave e vedere da dove partono i sentieri pericolosi, ridiamo poi di una donna con lo zainetto che si avventura sola nel bosco. A Garajau c’è un mega cristo rei, purtroppo quello che è rimasto da fare qui nell’isola o è brutto o costa, oggi è il giorno dell’affitto e abbozziamo un pellegrinaggio. Sulla spiaggia c’è un sentiero tra la roccia, io prendo il tempo ed evito l’onda, Silvia s’inzuppa fino alle ginocchia. Susanne Lipps dice anche che è meglio non dare soldi a chi elemosina, portare la crema solare, rigenerarsi in uno dei tanti Nuns Valley e spendere sette euro per liquori artigianali con l’etichetta dei grandi magazzini, fare un bel giretto a Estreito de Camara per il mercato, guardare gli intrecciatori. Oggi è il giorno dell’affitto, abbiamo la nausea e le scarpe fradicie, la camera sporca e l’ananas in frigo, non sappiamo come andrà a finire, a volte tutto sembra possibile, a volte no, sarà un’altra rivoluzione cambiare le stanze e i tempi, e dopo che faremo. Non c’è nulla di così romantico che raccogliersi nei pensieri noi due, qui a Machico, con il dolore ai reni e il freddo nei muri, domani non ti leggerò Susanne, proprio non ne ho voglia.

31 dicembre, Machico (buon anno!)

Siamo pronti, facciamo l’ultima conta. C’è l’uva, ci sono le lenticchie, lo slip rosso e il vestito della festa. Un anno iniziato male, proseguito zoppicando e terminato come avevamo da tanto sognato. Il prossimo smetterò di mangiarmi le unghie, d’altronde come tutti quelli passati, sarò meno collerico, diventerò più aggraziata, smetterò di fumare, imparerò una nuova lingua. Ricordati di prendere lo spumante, è in frigo. Al giardino ci aspettano per il brindisi e i fuochi d’artificio, dicono che siano impressionanti e noi abbiamo lustrato gli obiettivi. Un cenone a due, qualche candela, un dolce esuberante e i gatti sul balcone per gli avanzi. E’ il momento, siamo in ritardo, salta in macchina. Hai preso lo spumante? …

Buon capodanno a tutti!

26-27-28 dicembre, Porto Santo

Dicono si vedano le stenelle balzare dall’acqua nel tragitto da Funchal a Vila Baleira. Due ore e mezza di traversata, fuori sul ponte a sfidare il vento, con il binocolo e un congegno d’aspettativa a far ruotare il collo di centottanta gradi sinistra a destra e viceversa. Grido appena l’onda schiuma forte, guardo l’alba su isole deserte quando Silvia, in coperta seduta, si defila dallo scambio di vedetta allo scoccare delle mezze ore. Da un lato all’altro della barca penso di agevolare le statistiche ma nei passaggi a capitombolo riesco a fare l’incontro di un solo ragazzo delle montagne slovene. Le battute brevi per necessità non compromettono il dialogo a pendolo che instauriamo, così che a domanda e risposta ho anche tempo di pensare alla forma inglese meno scolastica possibile. L’apice si raggiunge al termine della traversata quando riesco a spiegare come mai Bologna sia piena di neve pur essendo in pianura non pronunciando la parola snow. Intanto piove e fantastico sul linguaggio scurrile che prenderebbe corpo inserendo nel gergo termini come grampo, beluga e balenottera di Bryde. Porto Santo, eccola, le isolette che la circondano, quella del calcio, quella del ferro, quella delle carote?!! Tre fari a guardia di una spiaggia immensa, con le dune dietro, con il grano dietro le dune, strani picchi dietro al grano, con le scogliere e la fonte dell’eterna giovinezza dietro ai picchi strani. Una strada che corre la costa, tre alberghi, uno di un rosa mostruoso ma al quale si è spedito il curriculum, fanno talassoterapia per gente che viene in pensione completa e si lamenta delle correnti, qualche urbanizzazione di cattivo gusto e nulla più. È tutto chiuso, bar e ristoranti, la stagione comincia a marzo e oggi è Santo Stefano. Quaranta chilometri quadrati dei quali metà sono accessibili a due ruote, a quattro zampe se piace di più, ne giriamo trentanove già il primo pomeriggio. E mica perché siamo furbi. C’è un’indicazione per Campo de Cima superato l’abitato di Camacha. È una strada sterrata, e ne avevamo prese diverse che senza sussulti raggiungono posti incantati. Rocce rosse sul blu, rocce gialle sul rosso, rocce che sembrano organi a canne, e ancora spaccate, a fessura come i canyon, tutte aride o tutte ancora gialle, poi su fino a che non vedi tutto, davanti un pezzo di terra, un dinosauro pronto al balzo. Era bello questo gioco delle strade sterrate. E sì che la ghiaia diventa pietra, i dossi si fanno voragini, Silvia naviga io tampono il freno, rimaniamo fermi nella sabbia, sgaso dieci volte e ripartiamo, la gomma puzza e sotto si prendono le botte, oramai intorno due jeep enormi, con ruote da fare invidia, le mountain bike lungo le discese, una moto da cross e i pick up del contado. Circondiamo la base militare, uno stabilimento chiamato Sahara, è un buon presagio, poi vediamo il campo da golf. Un’oasi verde speranza, ci passiamo in mezzo dice Silvia, dietro le macchinette tanto a quest’ora non gioca più nessuno. C’è la recinzione, e comunque non ci sarei passato, a prendere pallate e a far figure. Ne usciamo al contrario dopo tre ore di manovre, siamo stanchi e l’unico ragionamento d’un certo livello è che l’isola sia più grande se vai piano. Ci meritiamo un bello spiedino di manzo e tante patatine fritte la sera. È di nuovo mattina e vorremmo essere in pensione completa a fare talassoterapia. Ci accontentiamo di spaparanzare il sedere sul morbido, andiamo a vedere i mulini, e in campagna, che ci sono i galletti nei recinti. Uno cerca di scappare, uno è il triplo degli altri, passiamo una ventina di minuti ad aspettare un accoppiamento che non arriva. Ci sediamo alla taverna di fronte e ordiniamo, galletti arrosto manco a dirlo. Comincia la solita, lunga riflessione sul vegetarianesimo proprio all’addentar della cosciotta. Ce n’è uno nella testa, il dito puntato ai sensi di colpa, mi gioco tutto sull’indifferenza per la carne equina, questo basta a mandar giù. Bevo vino che sa di mandorla, sotto il sole che scalda e zucche appese, il profumo della brace dal camino. Con un piatto di seitan viene in mente Milano, una casa tutta bianca, quelli che si puliscono dopo aver toccato una maniglia. Avete ragione, ma sono nel quadro sbagliato. Ancora sulla spiaggia, poi al museo di Colombo, il primo bagno caldo da due mesi a questa parte, il primo baccalà. Un ristorante cerca per l’estate, ci scambiamo i numeri e un arrivederci, gli italiani compreranno qui e manca il gelato. Ci sono baracche da mettere a posto, il portoghese è molto più semplice e le facce morbide, non serve chiudere a chiave, allora chiamo casa per raccontare dei progetti, poi penso agli amici, alle grigliate sotto le stelle. E dopo il gelato affittiamo le camere, facciamo l’orto e impariamo a pescare. Parte la nave, partiamo anche noi, è buio e i tedeschi con il cappuccino dopo la birra, noi un panino e stasera una pizza. Oggi lavo il pavimento, un pigiama troppo lungo si impiglia al gancio e il secchio intero si ribalta. C’è pure il dragoncello, il cavolo rosso, la polenta fritta, lo zenzero e l’anacardo, non c’è il gelato. Non può mancare il gelato.

23-24-25 dicembre, Madeira

C’è un momento, qui nell’isola, in cui si scaccia la malinconia e si sta fuori fino a mattina. È la notte del mercato, e non ne abbiamo per niente voglia. Stephan ci aspetta alle 22.30 davanti al caffè del teatro, noi partiamo alle cinque per cercare parcheggio. Lo troviamo un’ora più tardi, dopo un pacchetto di sigarette, strade chiuse e inversioni, clacson e parolacce. Una ginja, nient’altro che liquore di ciliegia, rasserena lo spirito dentro coppette di cioccolato fondente. Fa caldo anche sulla panchina. Si aprono le danze, capannelli improvvisi avvertono prima d’ogni suono, allora corriamo per non perdere nulla e rimpiango solo un attimo quel trio russo di mandolini elettrici. Le filastrocche, i cappelli che si affilano, uno stuolo di pantaloni a righe e un ballo piegato sulla schiena, la più anziana a girar tra la gente senza dire nulla, mostrando con orgoglio il primo disco inciso. C’è un mimo che si trucca, ci sono anche i fiori a decorare la via, e non fosse per le luci che s’accendono e un Babbo Natale al centro della scena, sembrerebbe davvero una festa di paese, che festeggia un santo solo suo. Comincia un incedere frenetico, e spintoni per vedere un po’ più in là, verso i fiumi che dal monte cadono giù in città, e centinaia di baracche, cassette e pentoloni, l’agitazione di chi se ne occupa, leggiamo poncha e prendiamo tangerina, perché l’agrume soffochi quel po’ d’alcool, c’è la carne, i churros, gli hamburger e i pop-corn, ancora zucchero filato, le fisarmoniche a passeggio. Chi è di qua si ferma e non per guardare, si canta a turno, uno per volta, la stessa melodia e sopra parole, s’improvvisa come un rap di folklore, scherni e dichiarazioni d’amore, magari con la borsa della spesa in mano, si rinuncia al bicchiere versato al bancone. D’un tratto il passante che si credeva spettacolo scompare nel nulla, lasciando le risa dei più anziani a coronare la battuta vincente. Quelle quattro note si fanno lontane proprio ora che viene voglia di partecipare, inseguiamo il duo e ce lo facciamo scappare, poi il profumo del vino e dell’aglio fa intonare lo stomaco come sirene e permettiamo lui di assaggiare. Il manzo è pieno di grasso, solo la mollica nel pane trae il suo beneficio, Silvia manda giù tutto e io mi stimo della sua fame. Un’altra poncha, in una barca che si è fatta carretto, vengono da Camara, hanno le vele e pure lo stile. Faccio qualche foto, passa una vecchietta e mette la mano davanti, mi giro con lo sguardo di coltello e lei una catena di ‘sculpe, poi ride buone feste, ridiamo tutti buone feste. Facciamo anche il trenino azzardando l’acquisto di berretti che si colorano ad intermittenza. C’è ancora musica all’anfiteatro, un giovane amatissimo dal pubblico vocalizza un’interminabile strofa neomelodica, conosciamo il più esaltato del fan-club, bacia Silvia e sputacchia a me, vuole bere insieme, decliniamo per immortalarci sulla renna. Intanto a casa siamo sulla tv locale e cominciamo ad imbarazzarci di noi stessi. È ora, ci sono tutti quelli dell’altra volta più un amico di famiglia che ha perso la moglie da poco. Evviva. Ci rintaniamo in un quartiere tranquillo, alle venezuelane non piace la ressa e si strafogano di lupini, io allora mi lancio in una digressione sulla parabola discendente del calcio austriaco a partire dalla prima metà degli anni 50’, anche Silvia mangia lupini e m’impreziosisce di consigli sull’arte dello sbuccio. Solo uno del gruppo rimpiange la folla, è il nostro uomo, non parla inglese e non capiamo nulla di quello che dice, è sicuramente quello con cui ci troviamo meglio. Balliamo e saltiamo, ci perdiamo, ci inzuppiamo, poi ritroviamo tutti. Fanno la fila per il bagno e sgridano il compare per l’euforia. Butta male e ce la filiamo. Abbiamo già fatto la spesa, saremo noi due soli per la prima volta, è uno strano Natale ma comunque lo sentiamo, senza addobbi e forse più che in passato, ci siamo regalati abbracci e linguine al nero di seppia, oggi manca la neve, i cappotti dei parenti sul letto, la mamma che lava quella montagna di piatti, il girotondo dei cani a tavola, la chiacchierata in macchina con un affetto caro. Domani partiamo, tre giorni nell’isola qui vicina, forse qualche albergo cerca per l’estate, forse vedremo le balene dalla barca. Silvia ha fatto il tiramisù, oggi m’importa solo di quello.

20 dicembre, Funchal (ci sono anche i dromedari)

Ci sono anche i dromedari nel presepe di Funchal. A grandezza naturale e agghindati con stoffe indiane a specchietti. I bambini cantano e ballano nei costumi tradizionali, la banda, le bancarelle di dolci e liquori, la gente sorride, compra e passa oltre. Camminiamo in mezzo al mercato, tra calderoni di zuppa e mattarelli che tirano il pane. Qui si chiama bolo do caco, si fa con le patate dolci e si spalma di burro all’aglio, ancora caldo. L’atmosfera natalizia si fa sentire anche se non lo vuoi. Luci colorate ovunque, spettacoli tutte le sere, c’è pure la danza del ventre, un lungo trenino addobbato, cappelli rossi su ogni capo. Le ragazze si trasformano in elfi, i ragazzi in garzoni e le nonne col fazzoletto in testa come sempre. A pochi giorni dal Natale l’unica nota stonata sono le maniche corte, qualcuno che nuota, il pirata Henique che attraversa la piazza e capiamo quanto l’isola in fondo sia piccola. Ecco un’idea, andiamo in montagna. Venti minuti di bosco, un paio di strati di nuvole bianche, e dall’oceano arrivi a 1800 metri di picchi che sembrano Alpi, non fosse per il sole che ancora scalda e di neve neanche l’ombra. Luca già fantastica sui 7 km di sentiero che uniscono le due cime più alte, io in all star e vestitino entro nel cono di vento e quasi volo via. Nel tornare dobbiamo toglierci una curiosità, svelare il mondo che sta sotto la corta pista dell’aeroporto. Troviamo due campi da calcetto, uno da basket, giostre e baracconi, il parchetto per i piccoli, gli autoscontri per i grandi, un circuito da rally, le barche per la pesca. C’è anche lo zucchero filato… giriamo la macchina e siamo a posto così.

14 dicembre, Achadas da Cruz

Avrei dovuto fare più attenzione a yoga. Ora mi ricorderei se sia la respirazione con la narice destra o con quella sinistra che tranquillizza e dà coraggio. Sono dentro una cabina, sotto di me quattrocentocinquantuno metri di vuoto e basta quell’uno a farmi impressione. Un volto solcato di rughe ci strappa il biglietto per scendere ad Achadas da Cruz, uno dei posti più remoti dell’isola. Una manciata di tetti, onde alte e tanto grano. Dietro, una parete verticale di roccia, da cui persino le cascatelle hanno paura a gettarsi. Rimugino per un istante sulla forza di gravità e sull’errore umano, sul fatto che a fare queste cose ci siamo sempre solo noi. Troppo tardi per i ripensamenti, il trabiccolo inizia il suo viaggio e cinque minuti più in basso la terra, i campi, il mare. Una donna carica di rami ci supera veloce. Deve riscaldare la stanza, perchè qui il sole non sbuca fino al primo pomeriggio e l’umidità ti entra nelle ossa. Non c’è niente ad Achadas da Cruz. Non si visita, si vive. Passeggiamo lungo la strada, l’unica, dalla quale partono sentieri tra le alte spighe, sono i vialetti di accesso alle case. E allora rifletti sulla semplicità, perché a riempire il silenzio basta la risacca, a chi vive qui non serve altro. Al ritorno una signora ci accompagna, ha le unghie nere e porta con sè il raccolto della giornata.
L’ovest è selvaggio e incontaminato, gli eucalipti profumano l’aria e i vitelli pascolano di fianco alla chiesa. Ponta do Pargo è il paese più popolato, non ha un centro ma termina con la discesa al faro. E’ lì che vogliamo andare, ma la via è interrotta e una mucca ci guarda storto. Poco oltre la soluzione, un tunnel nuovo appena costruito. La modernità sta raggiungendo anche il far west, che a noi piaceva tanto così com’era la prima volta. E allora ci sorprendiamo della velocità con cui nascono i tunnel da queste parti, visto che quella prima volta era appena 3 settimane fa.

8-9-10 dicembre, Funchal (ci sono due tedeschi, tre austriaci, una finlandese, un sudafricano, Bob il rottweiler, un cucciolo di labrador e Charlie il gatto pezzato)

Ci sono due tedeschi, tre austriaci, una finlandese, un sudafricano, Bob il rottweiler, un cucciolo di labrador e Charlie il gatto pezzato. Ci sono anche due italiani, e siamo noi. Non è una barzelletta, non è l’erasmus e nemmeno uno zoo. Siamo entrati nella comunità straniera dell’isola principalmente perché dopo quindici anni che suono sono ancora disposto a farmi pagare con della salsiccia. Bianca, di vitello e bollita per giunta. Apriamo le mail, è Verena, al giardino c’è il mercatino di natale, pensa che piuttosto di mettere su un cd sia meglio la musica dal vivo, due ore per tre giorni, a far da compagnia ai fiori. Io penso che sia buono avere degli amici qui. Andiamo. Non trovo di meglio che abbinare una camicia bianca di lino, sbottonata d’un bottone in più, a pantaloni di velluto a coste, stropicciati e abbondanti. Una sciarpa sottile copre la gola per lasciar intravedere quella dozzina di peli che fa tanto madeirense. Scendiamo dalla macchina e il sole è troppo caldo, nel tragitto dal parcheggio al palco riesco così a frantumare l’archetipo dell’artista vissuto, liberandomi di ogni suppellettile etico ed estetico. Entro sudato, sbandato, arruffato, punk. Pensano che per ricompormi ci voglia un punch della Stiria, 40 gradi, d’alcool e temperatura. Nel fondo del bicchiere mirtilli, fragole e frutti di bosco. Le butto giù d’un fiato e impregnate com’erano mi ribaltano i tratti del viso. Devo accordare e sono già in difficoltà. Ne esce fuori un’improvvisazione sublime, ad occhi chiusi e ciondolante, nella testa le trombe ed i violini, gli applausi, la standing ovation, il bis il tris, la platea in visibilio. Un armonico chiude il primo atto, e rido e anche tu riderai. Sono su di una sedia di plastica, di fronte a me un manipolo di sessantenni bavaresi e ciacaroni. Cerco il bagno e un cagnetto mostra i denti, mi sta attaccando ma ho guardato tutte le puntate di Cesar Millan. Do lui la schiena ma fanculo Cesar Millan ho paura. C’è il padrone, dice che a Gunther non piacciono i portoghesi. Mannaggia quel bottone, io dico sono italiano. “It’s the same”. Rispondo Bau.

Secondo atto, secondo punch. Oramai ho afferrato che qua nessuno capisce di musica. Ho pronto il colpo ad effetto. Un’ armonica che non so suonare, ma da qualunque parte soffi, in qualunque modo soffi, esce intonata sulla scala di do. Silvia me la regge, e non ho più alcun timore di sembrare ridicolo. Anzi, la mattina stessa avevo provato a costruire un supporto con le tecniche avanzate dell’ homo sapiens ma incapacens. Per primo due elastici che si tiravano, dalle mie piccole orecchie fino allo strumento. Un fiu, cade tutto. Poi l’ingegno si fa fino e tiro fuori cuffie e cavalletto. Rinuncio perché sono troppo avanti e non avrei la comprensione dei miei simili. Attacco. Forse sputacchio. L’armonica non se la prende, anzi dopo tanta polvere finalmente profumo di bosco, riesco perfino ad accennare un assolo di blues, e rido e anche tu riderai. Sono bastati due minuti per diventare il Bob Dylan dell’isola e perché Silvia fosse improvvisamente mia moglie. Venerata come Yoko Ono la fanno accomodare nel giardino d’inverno, fra trombette del paradiso e cascatelle d’acqua. Ora si beve vino. Sarà per questo che ci viene proposto uno scambio di coppia in nome della cultura. Aime e Leona sono amanti. Una leggenda vuole che nel paese natale, tutti i contadini si fermassero davanti alla casa della donna, si dice perché, anche nelle stagioni fredde, usasse addobbarsi con una vestaglia d’azzurro trasparente. Leona pesa 120 kg. S’intende perché non abbia accettato, avrei imparato il tedesco soffocando. Regina è nata sul lago di Costanza, trasferitasi qui le ha provate tutte. A 500 metri di altitudine non cresce nulla che non sia canna da zucchero. Allora diciamo great ma lei si china sul tavolo. Noi sussurriamo why e lei stringe i pugni. Noi la buttiamo sulla crisis e a quel punto si ricompone. Io vendo bene ci ammonisce. Poi crolla. Odia fottutamente la canna da zucchero, tutti quei tagli, quelle scottature, quella fatica. Ma soprattutto i tagli, lungo le braccia, le gambe. Implora noi di darle una mano in futuro, ci ospiterebbe nella sua semplice casa e non si taglierebbe più. Poco dopo ci delizierà con freddure in lingua madre su tette e scoregge. Ci pensiamo un po’ su.

Terzo atto. Ho perso il conto. C’è Jay e viene dal Sudafrica. Odia la Francia, i francesi, ma vuole entrare nella legione, pagano bene e non ha paura della guerra. Porta capelli corti su occhi di ghiaccio, è un duro e gioca con Bob il rottweiler. A gattoni l’uno di fronte all’altro, a chi ringhia più forte, spalancano le mandibole mentre gli altri banchettano incuranti. Si alza e abbaia: chi rincorre l’amore per trent’anni in capo al mondo è un idiota! Forse anche per me, ma senza l’irruenza del sergente Hartmann. Non lavora Jay, vive lì, in casa. Qualcuno lo apostroferà honey e non ci faremo più domande. Usciamo. Abbiamo appuntamento con gli amici di Stephan, nella zona vecchia della città. Aspettiamo più di un’ora sulle note del fado che invadono la strada. Guardiamo vecchietti in carrozzina appoggiati a muri fatiscenti, così fatiscenti che Vasco Brondi ci scriverebbe una canzone. Arrivano, vengono dal Venezuela e non è per quello che ci hanno messo tanto, hanno la nostra età e sono già divorziati. Ci sentiamo piccoli. Scopriamo che uno non lascerebbe mai Madeira perché qui c’è la sua mamma e un altro si passa il tempo con World of Warcraft. Ora va meglio. Siamo stanchi, salutiamo e promettiamo di rivederci, i vecchietti non sono più nella carrozzina. Silvia, i vecchietti non sono più nella carrozzina. Stephan allarga le spalle, ha un dente nero ma sorride, “it’s a fucking miracle guys!”. Ok. Buonanotte.

4 dicembre, Machico

Attesa. Oggi è una giornata di attesa. Puliamo la casa come se avessimo ospiti, e invece gli ospiti siamo noi. Invitati a cena dalla famiglia di austriaci, fondatori del giardino delle orchidee di Funchal. Insomma, la nostra futura casa. E’ tutto in ordine, la torta è in forno. Mi dimentico del pranzo e quasi non mangiamo. La torta intanto è ancora in forno. Mi brucio le dita, rovescio l’acqua, il frigo perde e i panni sono in lavatrice fermi da due ore. Ma quanto ci deve ancora stare questa torta in forno? Nella doccia immagino la scena di un’atmosfera conviviale, parliamo un po’ con tutti. Raccontiamo del nostro viaggio. Ci parlano di fiori, dell’isola. Ci raccontano del loro, di viaggio. Forse il forno non cuoce bene, la torta non mi sembra ancora pronta. Davanti all’armadio, sogno il barbecue e temo l’insalata di pomodori. Siamo pronti.
Spengo il forno. Una bottiglia di vino sarà altrettanto gradita.

1 dicembre, Sao Jorge (doveva essere una giornata semplice, agevole)

Doveva essere una giornata semplice, agevole. Due panini al faro, qualche foto, tornare a casa e leggere le mail. C’è un cammino costiero per raggiungerlo, 500 metri di discesa, pensavamo di averli fregati tutti progettando il ritorno dalla strada asfaltata, piatta tra i banani. Silvia si è pure messa un velo di fondotinta e due grandi orecchini, voleva farsi bella per me. C’è un ponte, ritratto anche sulla nostra guida dei sentieri, presa per 15 euro e scritta in francese. Lo vediamo, si avvicina, è instabile, è insicuro, è crollato. Poco male, il pranzo aspetta, anche la salita ci aspetta, il fondotinta scompare pian piano. Puntiamo al miradouro, uno dei tanti dell’isola, sappiamo che ci sono tavoli,panchine, contadini che vendono maracuja. Li vediamo, stanno tutti bene ma abbiamo già la frutta con noi. Due arance succose, piacciono tanto anche alle api le nostre arance. Decidiamo che non dobbiamo programmare più nulla. C’è un mulino ad acqua segnato a 1 km, perso nel verde. Siamo in maniche corte, incrociamo tipici nei campi, ho baffi lunghi che mi facilitano il saluto. C’è una signora dentro al mulino, ci invita ad entrare, è casa sua. Ci mostra come  fare la farina di mais, c’è profumo tutt’intorno, insiste perché si posi per uno scatto accanto agli attrezzi. Arriva il marito, noi bon dia e lui boa tarde. Relativismi. Ma qui ha ragione lui. Il suo rimbrotto affettuoso ci fa uscire felici. Ancora, ancora, vogliamo entrare dentro l’isola, le strade, la terra, i campi, la gente. Non possiamo, non riusciamo, ci ritroviamo con una venezuelana agghindata retrò solo perché più indietro di retrò c’è l’eruzione vulcanica, ci mette in testa due cappelli di paglia, decliniamo, siamo già fuori dall’isola. Prendiamo quello che c’è di buono:  i complimenti sinceri agli orecchini e una breve riflessione comune sull’aggressività dei popoli. È l’ora del ritorno, vinco la gara della febbre, stasera mi riposo. Doveva essere una giornata semplice, agevole. Ho barato sotto l’ascella, lo è stata.

« Older entries