Machico

Seconda città per grandezza oggi, prima occasione di attracco per le sue acque sicure ieri. Ha l’unico ospedale oltre a quello di Funchal, una bella passeggiata in riva all’oceano, con le fontane e i ristoranti di pesce. Un quadro piacevole, non fosse per i ristoranti sempre vuoti, le fontane accese solo a metà giornata e poche persone a passeggio durante la settimana. Si direbbe dunque l’immagine di un luogo piuttosto insignificante. La zona orientale di Madeira è la più arida, ma questo non spiega come, nonostante il secco scavi crepe e solchi nel terreno collinare, a Machico in autunno qualche goccia di pioggia si prenda ogni giorno. Eppure, appena oltre la montagna il sole splende e alle nuvole l’innocuo compito di decorare la scena. Le guide turistiche portano qualche curioso con la storia di Zarco e delle navi esploratrici, mentre il sindaco ha avuto l’idea di acquistare sabbia dall’Africa perchè ci si potesse stendere sulla morbida e comoda spiaggia dorata, alquanto bizzarra date le origini vulcaniche di queste terre. Si contano poi un piccolo museo, la biblioteca, una sala per gli spettacoli scolastici e i corsi per la terza età, ma raramente appare sul mensile culturale dell’isola. Detto ciò, Machico è stata la nostra casa fin dall’inizio e ora, nel momento dell’addio, ci sentiamo in dovere di spezzare una lancia in suo favore. D’accordo, vi si trova facile parcheggio e si sta tranquilli con la targa straniera, le panchine fronte al mare e la squadra di calcio vince il derby. E’ l’aria di paese, quella scontrosità gentile degli abitanti che osservano senza parlare, ma sanno che ci sei e allora ti senti parte dell’insieme. In piazza gli anziani giocano a carte, invece la domenica c’è la tombola, sono tutti uomini ai tavolini sotto il grande albero, scatenati con birre e numeri. Intanto le stradine del centro si animano e puoi fermarti da Gala per un tè o un pezzo di torta, le cameriere sempre sorridenti sulla porta ormai ci conoscono e di volta in volta insegnano parole nuove. A chi dalla capitale esprime sguardi compassionevoli non diamo ascolto, noi a Machico vogliamo bene, forse non torneremo.

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I frutti

Il mercato coperto attrae le nostre papille gustative, vergini di fronte a tante prelibatezze tropicali. Frutti gialli, rossi, verdi, frutti allungati, schiacciati, che sembrano gusci di tartarughe o grosse pigne rotonde. Proviamo tutto, ovviamente. A casa, fieri di fronte al nostro cesto variopinto, iniziamo ad avere i primi dubbi e ci interroghiamo sulle tecniche migliori per attaccare questo piccolo tesoro. Abbiamo due tipi di maracuja, uno è giallo e sembra una piccola banana, l’altro tende al viola e parrebbe una prugna. Un bel taglio netto nel mezzo rivela una crema morbida in cui affondiamo il cucchiaino. Mi raccomando, si manda giù senza masticare, perchè i semini se sgranocchiati rovinano l’atmosfera. Il succo scende nella gola e lascia un retrogusto quasi fiorato. All’apertura del tomate ingles ci attende uno spettacolo simile ma rosso scuro e aspro, forse non è ancora pronto o magari è solo l’idea del pomodoro che frena il mio entusiasmo, in ogni caso non riesco ad apprezzarlo fino in fondo. Ormai convinti di aver capito tutto dividiamo in due anche il guave, per scoprire poi che, nonostante le sembianze di mandarino acerbo, ben maturo ha un profumo inebriante e si mangia direttamente a morsi senza scartare la buccia. Abbiamo lasciato per ultime le due creature più strane. L’anona ha un nome simpatico e un colore verde chiaro all’esterno, ci fanno pure una sagra in inverno e sono impaziente. Dentro nasconde grossi noccioli neri non commestibili in una polpa simile alla pera ma più dolce. Infine c’è il grande mistero, che prende il nome di Monstera Deliciosa ed inizialmente è per noi del tutto inespugnabile. Grosso e oblungo, ricoperto di squame scure, non si morde e non si lascia aprire facilmente. Una volta tagliato, trovi piccoli chicchi bianchi esagonali che si tolgono con un po’ di fatica schiacciandoli. Al momento dell’assaggio si fa aggressivo, punge nella bocca, leggeremo poi che contiene una sostanza irritante per le mucose. Lo abbandoniamo per qualche giorno, forse gli daremo una seconda possibilità. La mattina dopo ha preso possesso della cucina. E’ esploso ed è ovunque. Insomma, decide lui quando è il momento di mangiarlo, e te lo fa capire, si apre, si smonta, la scorza si toglie da sola e l’unica noia che resta è quella di eliminare la pellicola terrosa che ricopre i singoli chicchi. Il gusto è sorprendente. Resta sempre un po’ acuto e fastidioso, ma di una dolcezza quasi esagerata, ricorda vagamente i chewingum rosa della nostra infanzia.
Ecco un’immagine che li ritrae tutti insieme:

Per visualizzare meglio le nostre fotografie: Flickr Photos

Lo sapevate che…

Molti madeirensi in passato emigrarono in Venezuela, dopo essersi arricchiti aprendo varie attività commerciali fecero ritorno in patria nel momento del cambio più favorevole. Tuttavia, non potendo uscire dal paese con grossi capitali, misero finti gessi alle gambe così da nascondere i contanti all’interno e passare i controlli senza difficoltà. Ora possiedono grandi case nelle zone benestanti di Funchal, è valsa la pena di correre il rischio.

Nel periodo pre-natalizio i boschi sono pieni di polizia. Tanti approfittano della folta vegetazione per procurarsi coi seghetti l’albero da addobbare, cosa severamente vietata considerati i problemi di disboscamento e conseguenti frane che l’isola già deve affrontare.

Se vuoi fare un bagno e stenderti sulla sabbia di Seixal, ricorda di andare la mattina quando c’è la bassa marea. In caso contrario dovrai accontentarti di una bella passeggiata sul molo o tra i vigneti.

La condizione della donna non si può certo definire paritaria. Per lasciare Madeira col proprio figlio, anche per una semplice vacanza, una madre ha bisogno di un permesso scritto e firmato dal padre del bambino. La situazione è decisamente migliorata rispetto a 20 anni fa, quando a una moglie non era consentito ritirare denaro da un conto co-intestato.

A seguito della pesante alluvione del 2010, il padrone della catena di supermercati Sa ha alzato il prezzo di un bene primario quale l’acqua, lucrando sulla disgrazia. Da boicottare per protesta.

A Ribeira Brava, nel giro di poco tempo, una ragazza ha mancato una curva cadendo per 100 metri con la sua auto e uscendone senza neanche un graffio. Stessa esperienza e stesso epilogo per un’altra, in macchina col pargolo. Sorvolando sulle considerazioni riguardo le donne al volante o la guida sportiva del madeirense medio, si pensa invece che sull’isola ci siano zone piene di energia positiva e altre cariche di negatività.

Tra un anno e l’altro

Alla fine del 2011 la crisi incombe sui festeggiamenti, per lo spettacolo del 31 dicembre la città di Funchal ha speso solo un milione di euro. Niente a che vedere con quello di qualche anno fa, durato il doppio e seguito dall’ingresso trionfale nel Guinness dei primati. Qui sui fuochi artificiali non si scherza, è una questione di orgoglio, vogliono essere i migliori e in nient’altro mettono tanta passione. Li posizionano nei punti più impensabili, perfino sui guard rail delle strade, con la polizia a controllare che nessuno si avvicini. Già da una settimana la gente spara lampi colorati in aria da ogni dove, fino al conto alla rovescia, lo show ha inizio. Ti trovi circondato, non sai da che parte guardare, hai paura di buttar l’occhio alla collina perchè ti perderai quello che c’è al porto. Inutile fare foto, qualcuno tenta il video ma l’effetto non rende. D’un tratto la baia si colora di rosso, poi di verde, bianco, riflessi d’oro sull’acqua. Cascate, svolazzi, i classici cerchi, i botti a vuoto. Sono sopra la tua testa quando li sparano dall’aiuola lì dietro, l’autostrada è intasata, chi è in viaggio si ferma e al diavolo la viabilità. Qualcuno grida al fuoco. Una casa due vie più in basso sta bruciando, devono aver lanciato un razzo nella direzione sbagliata. Ce n’è un’altra lambita dalle fiamme, quella dicono sia la solita di ogni anno. Intanto si distribuisce uvetta a manciate, porta fortuna e chiunque ne vuole un po’, in strada un camion scoperto parcheggiato da ore diventa l’accampamento preferito dai ragazzi mentre bevono e fischiano poi sparano coriandoli. La casa continua a bruciare, e ciò che non stupisce fa restare noi soltanto a bocca aperta. Piccoli aerei sorvolano la scena, le navi attraccate non si contano e quanto deve essere bello guardare tutto dal mare. Chi visita Madeira in questo periodo sa cosa lo attende, anzi c’è chi viene apposta per tal caleidoscopio ripartendo poco oltre. Perciò l’amministrazione locale non bada a spese, che i pompieri stiano pronti ma per il turismo si chiude un occhio al rischio. Arriva il gran finale, quasi spaventa, paiono bombe quegli scoppi di luce intensa che fanno venire il giorno con troppo anticipo. Bum, bam, bom, pochi attimi di caos abbagliante, la calma dopo la tempesta. Sono passati appena 8 minuti dall’inizio del 2012.

L’espada

Si chiama espada, per noi semplicemente pesce sciabola. Lungo e sottile come un’anguilla, nero, denti affilati e occhi d’abisso. A Camara de Lobos cacciavano balene, ora si devono accontentare di questo mostriciattolo lungo un metro e mezzo, e oltre la fatica, la consapevolezza di non essere ricordati con l’arpione al braccio a schiumare coraggio. Gettano reti, scendono fino a 1500 metri sotto il mare, senza sorpresa d’ una cattura diversa. Qui l’Atlantico offre poco altro, solo plancton e pesciolini di superficie. Il salmone viene dalla Norvegia, i gamberi dal Mozambico, le vongole chissà da dove. Ai banchi del mercato siamo pronti per l’asta, chi offre di più chi offre di meno, per il serpentone dalla carne morbida e dal sapore poco invadente. La signora là in fondo si aggiudica il morso migliore, la famiglia per questo Natale sarà accontentata. Bisogna comprare un pezzo bello grosso, perché in cottura l’espada perde volume e un pasto per quattro rischia di ridursi ad un assaggio per il cognato affamato. Lo mangiano anche i bambini, pastellato con le erbette e messo in padella. Da contorno, oltre a taccole e cavolo rosso, una banana caramellata e grigliata, a far la gola di tutto il parentado. Anche noi proviamo a cucinarlo così, come fanno i locali: prendi il tuo bel filetto e lo lasci marinare per un’ora in sale, pepe, aglio, olio e succo di lime, assicurandoti di inciderlo leggermente a formare una croce, così che gli odori raggiungano le fibre interne. Adesso occupati della panatura: come spesso accade le varianti sono tante, e per ognuna di queste otterrai un risultato diverso. Una semplice doratura se usi solo pangrattato, una cotoletta di pesce se aggiungi anche l’uovo, un croccante involucro se al pangrattato sostituisci latte e farina. Veniamo alla banana: sciogli un fiocco di burro, rotola il frutto nello zucchero di canna e adagialo in padella per cinque minuti circa. A fuoco spento, un maracuja ben maturo contribuirà a formare una deliziosa salsa di accompagnamento. Buon appetito, e attenti alle lische!

La levada

Due muretti a formare un canale, il muschio tutt’intorno. La strada dell’acqua è l’unica nell’isola ad arrivare ovunque, l’unica sulla quale non ci si perda. Si chiama levada, e porta con sè l’incessante scavallare della vita e dell’avventura. Per il contadino è fertilità nel terreno, per l’esploratore invece, quinto punto cardinale sulla bussola del trekking. Quando una viene risistemata, tutto il paese accorre a tagliare il nastro, c’è chi coltiva la terra a festeggiare il campo irrigato, ci sono le grandi autorità a strizzare l’occhio al turismo con gli scarponi. Un ritratto sempre più consueto, in prima pagina sui giornali, nelle radio, in televisione. Sono tante, e ognuna diversa, ma i piedi sempre a seguir le foglie che scivolano la corrente. Quelle pianeggianti tra i maracuja, quelle mozzafiato sui dirupi, quelle che incontri ventiquattro cascatelle tutte insieme e una a saltare cento metri, quelle con un pulmino che ti riporta su e quelle dove non trovi nessuno, quelle con i tunnel che non vedi la fine, e allora estrai la torcia per entrar nella montagna. Ne trovi anche di pericolose, e non dico dei crolli, dei precipizi. Telegiornale delle 20, si parla di un assalto. Nascosti dietro gli alberi balzano giù all’improvviso, vogliono tutto ciò che hai addosso. Sono giovani ragazzini senza peli e senza soldi, vivono nella periferia di Funchal, quella che dà sui colli, ed è proprio lì, a pochi passi da casa loro, che spaventano chi cammina. Se al turista accorto basta evitarle, i media ripropongono quasi quotidianamente la preoccupazione della comunità, che davvero sembra dimenticarsi dei propri figli e dei propri sbagli, una volta riversati i timori per l’incolumità del tedesco di mezza età. La levada non è un semplice sentiero. Traccia la geografia d’una natura rigogliosa, salva il raccolto, accompagna gli equilibristi, gli indiana jones e anche le famiglie, è luogo di conflitto sociale, argomento sempre acceso. Ci sono guide in tutte le lingue, mappe e cartine dettagliate, come arrivare dove scendere cosa indossare. Tu esploratore vedi di procurartene una, ma ricorda che dietro i rilievi topografici, oltre le calze di spugna e gli orari del bus, si racconta una storia, la storia dell’acqua che scorre sull’isola.

I fratelli Do Mar

I fratelli Do Mar sono separati da un lungo tunnel ombelicale. Ed è certo che il profilo sia stato crudele con loro che possono vedersi soltanto con un occhio dello sguardo intero. Jardim e Paul sono due piccoli paesi tra le falesie, sud-ovest di Madeira.
C’è quello grazioso ed educato, sempre in ordine per gli ospiti, rifugio degli artisti e oasi di tranquillità. Alquanto ambizioso se pensiamo alla storia della chiesa: ci siamo ispirati a Notre Dame, dicono. Di sicuro è una gran bella chiesa, e non le guglie, non gli archetti, ma la vaga sensazione di marzapane, se permettete. A Jardim tutto si fa piccolo, i fiumi sono ruscelli, le strade stradine, le case casine, ma le banane grosse eccome. Le piante si intrecciano a volta sopra le teste, così una giungla ciottolata sbocca sulla via delle rose, e la via delle rose sul sentiero per il mulino, e dal mulino guardi il mare, e viene voglia di dipingere. Un po’ vanitoso se pensiamo alla storia della barella: incorniciata, targhettata, lucchettata. È di legno e serviva a soccorrere una caviglia storta, un mancamento, una caduta giù dalla roccia. Qui tutto è degno di nota. E non l’ ambizione, non la vanità. I succhi di Joe, il pirata Henrique sulla porta, gli ombrelli colorati di Tony Kitchell.
C’è quello rozzo, trasandato e con gli occhi azzurri. Non si nasconde Paul, non prova vergogna. Gli scorci fatiscenti, quell’abbozzo di edilizia popolare, tutta uguale. La faccia segnata di chi infila esche all’amo ogni giorno, una statua senza nome a vegliar la brezza, le mani a carte sotto il grande albero. Davvero non riesco a rubare l’intimità dei loro gesti, seppur siano lì, alla portata di un click, all’accenno di un sorriso. I ragazzi fanno surf, quando il vicolo cede all’acqua, i ragazzi guardano il surf. Ce ne sono tanti, seduti sul muretto, ad aspettare l’onda giusta, a tifare l’onda grossa. Poco più in là si ritrovano a ritemprar lo sforzo, per godersi il tramonto. Il Maktub è un tripudio di colori, rasta e folklore, e dentro tante parole, scritte sui muri. Chi si assimila a Gesù, chi novella traversate, chi racconta di sue bravate, e le bandiere, i manifesti, le tavole spezzate, un mojito e un chiasso che mancava qui nell’isola.
Così per un chilometro sembra di viaggiare una vita, ma non giudicate per nulla, i fratelli Do Mar buttano il collo ogni tanto a superar le barriere, e rassicurati per un po’, torneranno ad occuparsi dei fatti loro, d’arte e d’onda, e pur sempre di libertà.

La domenica

La domenica, a Santo da Serra, i bambini vestiti a festa si rincorrono davanti alla chiesa. C’è un gran vociare, e non sembra davvero lo stesso posto che durante la settimana si ricorda come passaggio obbligato verso il Ribeiro Frio e la valle delle trote. La domenica, a Santo da Serra, c’è l’unico mercato dell’isola, e qui nessuno apre i maracuja invitando all’assaggio. Puoi comprare una gallina, contrattare un coniglio, regalare un pappagallo. Oppure appoggiarti ai tavolini che il macellaio ha posizionato con cura di fronte al banco della carne, scegliere il tuo pezzo e vederlo cuocere nel camino che sbuca dalla parete. Ci sono tanti camini, quelli del mercato, quelli delle case, quelli delle osterie. Per questo, appena scesi dalla macchina, il profumo della griglia ubriaca le narici e il passo si fa veloce. La specialità, l’artefice di tal subbuglio, prende il nome di espetada: uno spiedone di metallo lungo circa un metro accoglie in fila bocconi di manzo marinati in aglio e alloro. Una delizia da accompagnare a verdure e patatine fritte, e sotto un piatto colmo di pane a raccogliere il grasso che sfrigola. La domenica, a Santo da Serra, due uomini preparano le caldarroste. C’è il sale grosso per togliere l’umidità, c’è la sigaretta che perde cenere nel calderone, perché qui il tempo non è passato e non si fa attenzione alla forma. Ne prendi dodici o tante quante un suo multiplo, poi scendi al mare, otto chilometri per sbucciarle sulla spiaggia. Se preferisci al parco, ce n’è uno che fiancheggia la strada, poco prima della chiesa, del mercato, del profumo della griglia. Circonda una grande casa che sbuca rosa dagli alberi, vecchia residenza di commercianti inglesi, quando ancora la canna da zucchero arricchiva. In fondo una terrazza, si guarda l’arrivo delle navi, oggi come ieri. Siamo gente di qui, la domenica a Santo da Serra.

Porte Aperte

Funchal ha aperto le sue porte. All’arte. Dal 2010 è in atto un progetto nella Zona Vecchia della città, chiamato “Arte de Portas Abertas”. Imboccando Rua de Santa Maria ci si ritrova in un museo en plein air, fatto di porte, portoni, finestre e muri magnificamente dipinti. Ritratti di persone, scorci dell’isola, disegni astratti, proteste e inviti all’amore. Tra una taverna e un negozietto di cappelli artigianali, un ragazzo dipinge bolle di sapone sulla porta di un edificio abbandonato. Mentre qualche civico più in là c’è chi aggiunge una pennellata di rosso all’entrata di casa della nonna. La gente passeggia e si ferma a guardare, c’è movimento e fibrillazione. Le gambe come le menti rendono l’aria frizzante.

Stiamo fotografando per voi.

La vigia

All’inizio si usavano barchette a remi, forse una vela per i più fortunati. Ci si avvicinava silenziosi e si colpiva, senza margine di errore. Poi arrivò il motore, e con esso il lavoro di squadra, poichè bisognava spingere la preda verso acque meno profonde.
All’inizio si usava il fumo per segnalare l’avvistamento. Poi furono inventati la radio e il telefono, e le comunicazioni si fecero tempestive.
La vigia restò sempre il luogo in cui l’occhio umano incontrava quello del mare.
Siamo lì, in alto sopra uno scoglio, sperando di vedere una balena, un capodoglio, magari un delfino. Forse è colpa delle lenti sporche, forse mi manca un grado di troppo. Di sicuro la vigia oggi ha uno scopo più nobile, altrimenti non mi troverei qui. Ce ne sono molte sparse in tutta l’isola, ognuna offre un panorama mozzafiato sulla costa e sul blu che sembra non finire mai. Fino a 30 anni fa questo era il punto di osservazione primario per la caccia ai grandi cetacei, ora è indicato da cartelli sulla strada e vi si incontrano per lo più turisti di passaggio.
Stropicciamo gli occhi e aspettiamo, ma niente incroci di sguardi oggi tra noi e uno sbuffo nell’acqua. Ritorneremo.

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