Il sorpasso

Siamo noi e una Seat Ibiza del 1986 di colore bordeaux a contenderci gli ultimi metri disponibili per il cambio di corsia. E’ in quel momento che l’encefalo rielabora l’espressione da duro sottratta con garbo alle icone del film d’azione. Si tratta in particolare del fenomeno della mandibola oblunga, primo passo di una metamorfosi tra il placido e l’iracondo. In rapida successione poi, si conviene d’identificare la fossetta da tensione, la ruga occipitale, il rigonfiamento del quadricipite di sangue e adrenalina. Non si confondano le situazioni da semaforo, per freccia tardiva: Siviglia ore 13 è quanto di più grottesco si possa immaginare. Non è traffico, è sopruso. E’ la migrazione dei caribù, l’invasione delle locuste nelle steppe del Caucaso, i salmoni che risalgono il fiume. Il patimento d’anima e corpo che consuma la carovana è spesso accompagnato da un biblico lamento: il clacson abbandona la natura di suppellettile meccanico per farsi unica lingua, ciò che è baccano, frastuono nella vita reale, è verbo, richiamo, appena oltre lo svincolo per Cadice. Non esiste onomatopea che renda la trascendenza di tal coro, se ne può tradurre tuttavia l’intento qualora il botta e risposta avvenga tra singoli. Intanto, la scissione degli emisferi cerebrali provoca nel soggetto di sesso maschile la compresenza di immagini paradossalmente contraddittorie. A fianco della madre che appoggia il palmo della mano per sostenere il primo triciclo senza rotelle compare, a seconda del grado di cinefilia e virilità, Sylvester Stallone che tira la tromba bitonale al minuto trentacinque di Over the top, Travis Bickle in piedi davanti allo specchio ma già con la cresta Mohawk, Poncharello dei Chips sulla California Highway. Gli intersecamenti si fanno allegoria di un messaggio più alto, le croci dell’uomo moderno così moltiplicate nella dimensione spazio-tempo, l’infinità di scelte possibili, contraddistinguono la fragilità dei concetti di casa e appuntamento, le doppie uscite sull’imbocco di doppie entrate una chiara manifestazione del quo vadis contemporaneo. Il sentimento di alienazione dislocato dalle fabbriche rimbomba nell’ottovolante futurista, mentre l’aleatorietà del ritorno spinge l’animale a nefandezze di ogni genere. Proprio lì, nei centimetri d’asfalto, nella condensa grigia di ventimila marmitte, guardo lui, sbattere le vene del collo sul finestrino, smascellare follia, deformare il ghigno che appaga la platea, che sono i figli nel parco a giocare, cornifica il sorpasso con le unghie sporche poi scompare, insieme all’orgoglio per la lunghezza della marcia seconda, e da quello gli sembrerà di essere vivo, all’apice di qualcosa, finché poco più avanti non troverà uno come lui, accartocciato nelle lamiere, e si ricorderà solo allora di essere uno buono che ha svoltato in fila una giornata di merda.
Siviglia ore 14 è tempo di riflettere.

Che sei in Andalusia lo capisci subito.

Che sei in Andalusia lo capisci subito. Intanto l’autostrada è gratuita e anche le biciclette tengono ad approfittarne. Alla cassa di un distributore di benzina ti apostrofano caballero e già credi che sia un merito, un motivo di vanto. Poi poco prima, l’immensa piana di Murcia, e invece poco dopo i secchi e morbidi rilievi che accompagnano fino al mare. Almeria è la prima che si incontra, e troppo spesso tagliata fuori. Qui come in nessun altro posto si ha la percezione di cosa sia la tettonica a zolle. Non intendo il paesaggio e basta, ma immagino che tutto abbia viaggiato dal Nordafrica su pavimenti di terra. La desolazione non per ultima. Fa un certo effetto seguire i cartelli scritti in arabo, fa un certo effetto ancora, arrivare così lontano così lentamente, dopo giorni di marcia a motore. C’è stato il tempo di prepararsi, fantasticare, programmare, prendere il vento in faccia e guardare da dove viene. Assaporare ogni chilometro e ricordare tutto ciò che è stato. Allora afferri che lo scenario di Campohermoso è lontano dal tuo concetto di civiltà due milioni di passi lunghi un metro, ma lo accetti e non lo giudichi per quello che è lì. Potrebbe essere infatti che al passo un milione novecentottantamila, qualche anno fa in una vecchia fortezza moresca, un gruppo di persone abbia deciso intorno a una tavola laminata d’oro di far tracimare serre di plastica in ogni pianura, su ogni campo e tra un rilievo e l’altro, solamente un po’ più giù. Non lo so, ma potrebbe. E così via, quando anche lo sgomento si fa disgusto l’unico sollievo che rimane è la distanza, non lo schifo. Piove e le case sono tutte di un bianco scrostato, i ragazzi giocano a pallone tra i rifiuti e i panni stesi, gli uomini invece compiono sempre lo stesso tragitto. A piedi, uno in fila all’altro, lavorano appena fuori quell’ammassare randagio di stanze e tristezza, dentro baracche a centinaia tutte uguali, ed è l’opacità che segna la vita e i nostri occhi. Non c’è colore, non c’è luce, i fogli piegati e i fogli da piegare, hanno rubato il deserto per farne un luogo ancor più freddo. Indossano giubbini di sicurezza sul ciglio dell’asfalto, quelli arancioni che si tengono nel baule, lo scuro della faccia una tonalità del grigio e li prendono sotto, corpi in piedi e pur travolti, un paio di scarpe, le biciclette arrugginite nei fossi, cose morte, solo quelle sembra riescano a fuggire. Sono macchie fosforescenti in mezzo al nulla che vediamo, vorresti immobilizzare la scia, sentire se è carne vera, acceleriamo per andare avanti ma è come tornare indietro, è d’artificio il luogo della plastica, due milioni di passi dopo tutto, un quarto d’ora di macchina dal nostro prossimo campeggio.

Le previsioni del tempo.

C’è agitazione nello studio. Il colonnello è seduto mentre gli assistenti al trucco tamponano il sudore, qualcuno allenta il nodo dell’uniforme, qualcun altro mette un cuscino a sollevare le gambe.
“Ce la farai”, incoraggia la regia,
“Prima o poi doveva capitare” sussurra la produzione.
Tre due uno in onda.
“Bel tempo sulla Galizia e i Paesi Baschi, nuvolosità senza rischio di precipitazioni nell’Extremadura e le regioni centrali, sole e temperatura in aumento su tutta la costa mediterranea. E veniamo all’Andalusia. In Andalusia beh, in effetti la depressione atlantica porterà aria fresca, ma le previsioni dell’aeronautica militare non garantiscono se sia questo probabile, o solo possibile”.
“Ti togliamo i gradi, dì quella parola!!” tuona il generale.
“ Va bene, va bene. Ecco, nella provincia di Almeria è segnalato…” e qui balbetta, finge un attacco di cuore, si asciuga, lo sguardo nel vuoto, saluta i figli.
“… un temporale, con tanta pioggia.”
Erano trent’anni che non pioveva ad Almeria, e si deve sapere che all’ufficio di collocamento avvisano che il contratto per un meteorologo è a tempo indeterminato. Salvo che…
Nel corso della storia il tema della successione, dinastica, divina, per merito, elettiva. Ma non è tutto qui, in Italia ad esempio usa la successione per conoscenza, in America trovi occupazione se superi la sfida dei dodici hamburger da mezzo chilo, quelli del Kansas, in Corea del Nord puoi sostituirti ad un operaio se solo affermi che Kim Jong-Il abbia fatto più canestri di Michael Jordan. In Spagna funziona così, me l’hanno detto, quando piove ad Almeria vai a casa, non puoi più fare quel lavoro, porti sfiga e ti carichi di stress.
Noi lo vediamo, il colonnello Anton, dagli schermi di un televisore poco prima Alicante. E subito stupore davanti ad un beverone chiamato espresso, poi rabbia fuori con le cromature dei mezzi pesanti che brillano. Quella rabbia di secondo livello, senza violenza e carico d’odio, quella sconsolata, quella imbestialita per gli Alisei. Quella comunque cieca e che pur sapendolo va bene così, che scagli contro il primo che ti si pone davanti, e allora non il coltello ma l’immaginazione ci fa sembrare giusto punire colui che ha dato la notizia. Come per il frutto cattivo ti arrabbi con il fruttivendolo, immagini che si strozzi con un limone, la melanzana intera nel colon, e sono pensieri intimi che non sveli a nessuno. Come la multa e il vigile, la sconfitta e l’allenatore. Ma la colpa è del sistema, dei comuni, dell’effetto serra, del calcio come business, di quelle cazzo di depressioni atlantiche. Siamo tutti anarchici quando guardiamo la bacchetta che si indirizza al fulmine, quando troviamo un verme nella pesca, con gli ausiliari del traffico. E allora vorremmo essere Zeus, contadini, vigili urbani, metterci dall’altra parte e sfogare ciò che finalmente possiamo, e non ce ne frega più dell’anarchia. Siamo solo ambizione finché non la raggiungiamo, siamo solo passione finché non ce l’abbiamo, siamo animali inefficienti e insensibili, marci e corrotti, e che piova, che tempesti, che spazzi via ogni cosa, vado ad Almeria a fare rissa con il fato.
“Luca, Luca, a cosa stai pensando? Cosa facciamo, stiamo fermi o ripartiamo?”, incalza Silvia
“Sento da mia mamma”
“Ahahahahaha”, sbeffeggia il grillo
“Taci, ho i polmoni che soffrono e l’umidità mi fa male”, rispondo io
“ Ah, e il fumo no?”
“Sei banale, perché non vai a fare compagnia al grillo di Silvia, che sta dividendo l’organico dalla plastica e non rompe le palle?”
Usciamo, siamo sullo spiazzo: “Silvia, grilli, mamma, colonnello, salite tutti in macchina, e svelti!”
“Cos’hai visto, perché tutta questa fretta? C’è un ragno? Un thailandese con la griglia? Una corrente ascensionale? “, chiedono in coro
“No, guardate là, sono i grattacieli di Benidorm, e voglio starci il più lontano possibile.”
I grattacieli di Benidorm, colate di cemento, colori acidi, colori pallidi, terrazze a triangolo, spigolature ovunque, nessun riflesso, tutti in alto per stare vicino alla spiaggia, dietro pianure deserte, ai lati di montagne rocciose, dieci cento mille gru, cantieri aperti, non si vede il mare, fra un po’ non si vedrà il sole.
Ripartiamo, la direzione è sempre quella, la pioggia a volte è bella, anche in tenda, ci scalderemo con un tè, magari fermiamo un giorno di più, magari smetto di fumare, comincerò con le flessioni, te lo prometto e me lo giuro, i capelli crescono con la barba lunga, voglio un braccialetto al polso, dei pantaloni larghi, siamo diversi, non è vero Silvia che siamo diversi?