Ricordi

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Machico

Seconda città per grandezza oggi, prima occasione di attracco per le sue acque sicure ieri. Ha l’unico ospedale oltre a quello di Funchal, una bella passeggiata in riva all’oceano, con le fontane e i ristoranti di pesce. Un quadro piacevole, non fosse per i ristoranti sempre vuoti, le fontane accese solo a metà giornata e poche persone a passeggio durante la settimana. Si direbbe dunque l’immagine di un luogo piuttosto insignificante. La zona orientale di Madeira è la più arida, ma questo non spiega come, nonostante il secco scavi crepe e solchi nel terreno collinare, a Machico in autunno qualche goccia di pioggia si prenda ogni giorno. Eppure, appena oltre la montagna il sole splende e alle nuvole l’innocuo compito di decorare la scena. Le guide turistiche portano qualche curioso con la storia di Zarco e delle navi esploratrici, mentre il sindaco ha avuto l’idea di acquistare sabbia dall’Africa perchè ci si potesse stendere sulla morbida e comoda spiaggia dorata, alquanto bizzarra date le origini vulcaniche di queste terre. Si contano poi un piccolo museo, la biblioteca, una sala per gli spettacoli scolastici e i corsi per la terza età, ma raramente appare sul mensile culturale dell’isola. Detto ciò, Machico è stata la nostra casa fin dall’inizio e ora, nel momento dell’addio, ci sentiamo in dovere di spezzare una lancia in suo favore. D’accordo, vi si trova facile parcheggio e si sta tranquilli con la targa straniera, le panchine fronte al mare e la squadra di calcio vince il derby. E’ l’aria di paese, quella scontrosità gentile degli abitanti che osservano senza parlare, ma sanno che ci sei e allora ti senti parte dell’insieme. In piazza gli anziani giocano a carte, invece la domenica c’è la tombola, sono tutti uomini ai tavolini sotto il grande albero, scatenati con birre e numeri. Intanto le stradine del centro si animano e puoi fermarti da Gala per un tè o un pezzo di torta, le cameriere sempre sorridenti sulla porta ormai ci conoscono e di volta in volta insegnano parole nuove. A chi dalla capitale esprime sguardi compassionevoli non diamo ascolto, noi a Machico vogliamo bene, forse non torneremo.

Luoghi

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Natura

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Save the Wave

Obiettivo duecento. Tanti sono i tunnel che Alberto Joao Jardim, governatore di Madeira da trentatré anni, ha intenzione di scavare tra le rocce di un’isola di soli 740 chilometri quadrati. A dire il vero, per oltre centoventi la missione è riuscita, e a questo si aggiunga il vezzo del più lungo di tutto il Portogallo, 3,5 km circa sulla rotta per Sao Vicente. Infrastrutture, superstrade, eventi. Il jardimismo, come lo chiamano qui, è la sintesi di passaggi a logica imprenditoriale: spesa pubblica, debito pubblico, produzione di Pil da ridistribuire, in eventi, superstrade, infrastrutture. Una crescita vorticosa, vertiginosa, che ha portato Madeira ad essere la regione economicamente più attiva della Lusitania, giovandosi di quell’autonomia speciale, fiscale e parlamentare conquistata nei primi anni 70’. Una crescita imperante, unilaterale, che ha altresì portato il minuscolo avamposto ad essere accusato di affossare il Portogallo intero, schiumando dall’Atlantico rivendicazioni e vittimismo da colonia quando dalla terra ferma dicono basta, stanchi di accollarsi irragionevoli passivi nel momento maggiormente delicato. Alberto Joao Jardim a carnevale sfila in mezzo alla gente, mascherandosi di volta in volta, glorificando immagini, tendenze, mestieri e simboli pagani, in testa al carosello come un re. Possiede l’unico giornale, servono dieci centesimi per acquistarne una copia e balza all’occhio la benevolenza. Alberto Joao Jardim vuole collegare tutto, obre de ligaçao l’appellativo sulla gazzetta ufficiale, Boaventura con Ponta Delgada, Ribeira de Janela a Porto Moniz e così via. Il nord è un cantiere a cielo aperto, al sud la via rapida corre da Caniçal a Ribeira Brava, una cinquantina di chilometri a centodieci all’ora, devo ammettere comodi e risolutivi. I mezzi pesanti evitano di compiere manovre azzardate su stradine strette un metro, i turisti viaggiano da un capo all’altro in meno di un’ora e mezzo. Mentre il rapporto tra domanda e offerta di lavoro è sei a uno, mentre alle elementari di Caniço girano anfetamine, mentre nella zona franca è arrivata la mafia, italiana, cinese, russa, mentre si invocano scioperi generali e lo stipendio minimo raggiunge appena i quattrocento euro mensili. Non è tutto. “Dentro la montagna e lungo la costa”, questo il motto. Paul do Mar è l’ultimo paradiso del surf, tre metri d’onda nelle giornate poco ventose, qualche affittacamere, un locale simpatico del quale già avevo parlato. Paul do Mar è anche l’ultimo paradiso dei giovani e contro la noia, lontano anni luce dai fasti rosati del Reids, dai finlandesi attempati al casinò, dai tedeschi al Mercado dos Lavoradores, dalla MSC attraccata al porto. Alberto Joao Jardim intanto inaugura negozi a Camara de Lobos, mentre i pescatori fanno la fame, e un giorno si un giorno no qualcuno s’accoltella. Dicevo, vogliono costruire una carreggiata a due corsie, di fianco una passeggiata a mare, di fianco ancora una barriera che rinforzi e protegga dalle onde. Che diventeranno sempre più piccole, che si mangeranno la spiaggia, che nessuno potrà più andare in acqua con la tavola. Non amo particolarmente il surf, ma odio il cemento e mi piacciono le onde. Non capisco più di tutto perché bisogna fare ligaçao di cose già ligaçate senza che vi sia un qualsivoglia beneficio di tempo, smaltimento o che altro. Non capisco, ancora, perché distruggere la parte dell’isola che ancora freme. Perciò invito voi che leggete a firmare questa petizione, è necessario solamente il nome e il numero della carta d’identità (BI), a condividere, pubblicizzare il post qui scritto e solo quello, soprattutto perché me ne vado dall’Italia e cade il berlusconismo, e dove vado poi, va beh, lasciamo perdere…

http://peticaopublica.com/PeticaoVer.aspx?pi=P2011N17499

I frutti

Il mercato coperto attrae le nostre papille gustative, vergini di fronte a tante prelibatezze tropicali. Frutti gialli, rossi, verdi, frutti allungati, schiacciati, che sembrano gusci di tartarughe o grosse pigne rotonde. Proviamo tutto, ovviamente. A casa, fieri di fronte al nostro cesto variopinto, iniziamo ad avere i primi dubbi e ci interroghiamo sulle tecniche migliori per attaccare questo piccolo tesoro. Abbiamo due tipi di maracuja, uno è giallo e sembra una piccola banana, l’altro tende al viola e parrebbe una prugna. Un bel taglio netto nel mezzo rivela una crema morbida in cui affondiamo il cucchiaino. Mi raccomando, si manda giù senza masticare, perchè i semini se sgranocchiati rovinano l’atmosfera. Il succo scende nella gola e lascia un retrogusto quasi fiorato. All’apertura del tomate ingles ci attende uno spettacolo simile ma rosso scuro e aspro, forse non è ancora pronto o magari è solo l’idea del pomodoro che frena il mio entusiasmo, in ogni caso non riesco ad apprezzarlo fino in fondo. Ormai convinti di aver capito tutto dividiamo in due anche il guave, per scoprire poi che, nonostante le sembianze di mandarino acerbo, ben maturo ha un profumo inebriante e si mangia direttamente a morsi senza scartare la buccia. Abbiamo lasciato per ultime le due creature più strane. L’anona ha un nome simpatico e un colore verde chiaro all’esterno, ci fanno pure una sagra in inverno e sono impaziente. Dentro nasconde grossi noccioli neri non commestibili in una polpa simile alla pera ma più dolce. Infine c’è il grande mistero, che prende il nome di Monstera Deliciosa ed inizialmente è per noi del tutto inespugnabile. Grosso e oblungo, ricoperto di squame scure, non si morde e non si lascia aprire facilmente. Una volta tagliato, trovi piccoli chicchi bianchi esagonali che si tolgono con un po’ di fatica schiacciandoli. Al momento dell’assaggio si fa aggressivo, punge nella bocca, leggeremo poi che contiene una sostanza irritante per le mucose. Lo abbandoniamo per qualche giorno, forse gli daremo una seconda possibilità. La mattina dopo ha preso possesso della cucina. E’ esploso ed è ovunque. Insomma, decide lui quando è il momento di mangiarlo, e te lo fa capire, si apre, si smonta, la scorza si toglie da sola e l’unica noia che resta è quella di eliminare la pellicola terrosa che ricopre i singoli chicchi. Il gusto è sorprendente. Resta sempre un po’ acuto e fastidioso, ma di una dolcezza quasi esagerata, ricorda vagamente i chewingum rosa della nostra infanzia.
Ecco un’immagine che li ritrae tutti insieme:

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Ultim’ora

E’stato ritrovato questa mattina il corpo delle turiste danesi disperse dal primo di gennaio. Le due donne settantenni si erano avventurate lungo la Levada dos Piornais, il popolare sentiero che circonda le pendici della città di Funchal. Dopo giorni di vane ricerche i vigili del fuoco ne hanno individuato le figure senza vita in località Socorridos, nei pressi della centrale elettrica. La levada, all’attenzione delle cronache già per i frequenti episodi di furti, ritorna a far parlare di sé sul versante dell’incolumità. Seppur negli anni questa abbia fornito un modello esemplare di messa in sicurezza, talvolta la distrazione, le improvvise folate di vento, o il fondo scivoloso nei punti più esposti, possono risultare fatali. E’ quello per cui propendono le autorità investigative, che valutando l’ipotesi dell’incidente come la più accreditata, non si sentono comunque di escluderne altre in attesa dell’autopsia.

Porte Aperte n°4

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Lo sapevate che…

Molti madeirensi in passato emigrarono in Venezuela, dopo essersi arricchiti aprendo varie attività commerciali fecero ritorno in patria nel momento del cambio più favorevole. Tuttavia, non potendo uscire dal paese con grossi capitali, misero finti gessi alle gambe così da nascondere i contanti all’interno e passare i controlli senza difficoltà. Ora possiedono grandi case nelle zone benestanti di Funchal, è valsa la pena di correre il rischio.

Nel periodo pre-natalizio i boschi sono pieni di polizia. Tanti approfittano della folta vegetazione per procurarsi coi seghetti l’albero da addobbare, cosa severamente vietata considerati i problemi di disboscamento e conseguenti frane che l’isola già deve affrontare.

Se vuoi fare un bagno e stenderti sulla sabbia di Seixal, ricorda di andare la mattina quando c’è la bassa marea. In caso contrario dovrai accontentarti di una bella passeggiata sul molo o tra i vigneti.

La condizione della donna non si può certo definire paritaria. Per lasciare Madeira col proprio figlio, anche per una semplice vacanza, una madre ha bisogno di un permesso scritto e firmato dal padre del bambino. La situazione è decisamente migliorata rispetto a 20 anni fa, quando a una moglie non era consentito ritirare denaro da un conto co-intestato.

A seguito della pesante alluvione del 2010, il padrone della catena di supermercati Sa ha alzato il prezzo di un bene primario quale l’acqua, lucrando sulla disgrazia. Da boicottare per protesta.

A Ribeira Brava, nel giro di poco tempo, una ragazza ha mancato una curva cadendo per 100 metri con la sua auto e uscendone senza neanche un graffio. Stessa esperienza e stesso epilogo per un’altra, in macchina col pargolo. Sorvolando sulle considerazioni riguardo le donne al volante o la guida sportiva del madeirense medio, si pensa invece che sull’isola ci siano zone piene di energia positiva e altre cariche di negatività.

3 gennaio, Curral das Freiras

Silvia dove andiamo oggi?
Alla stalla delle suore!
Ah
La stalla delle suore è un posto che Susanne Lipps definisce romantico. Tanto romantico che l’ente del turismo ha dovuto compiere una delicata operazione linguistica affinché riprendesse la vendita di cartoline. Ci piace davvero, non scherziamo, sono i segni delle feste e l’imminente trasloco che danno un senso di fine la mattina appena svegli. È il giorno dell’affitto, fanno zuppa di castagne lassù e la carne più conveniente dell’isola. Invece sono le nove, l’acqua bolle e butto pasta integrale di pessima qualità. Quando dico di pessima qualità non è sofisticheria, tanto che ho capito come fare: sul sacchetto leggi dieci minuti, conta uno e togli tutto. È la scottura a fare la differenza in certi casi. Che sia il cuore geografico dell’isola tuttavia non c’è dubbio, sulla profonda conca poggia Curral e intorno montagne, è quello che qui chiamano circo, ogni punto cardinale è fissato al cielo da pareti di roccia che s’innalzano senza mezze misure. Queste in particolare non sono le più alte, sicuramente le più spettacolari, c’è il Pico Grande davanti a tutte, con i faraglioni sulla cima a cornificare il viandante. Non provo particolare interesse per i presepi, ma quando l’aggettivo “mega” precede la parola, in genere qualsiasi parola, beh faccio cose che … Questo è lungo dieci minuti di cammino, è fatto con le bambole ed è la sintesi della tradizione. Così bebi mia raccoglie le sterpaglie e ciccio bello lavora al mulino, le case hanno tetti triangolari e arredamenti di legno scuro. Il ritrovo per gli abitanti della valle è proprio tra una scena e l’altra, la piazza è snobbata prima di mezzogiorno, la pasta invece non ha terminato di scuocere al sole nel sedile posteriore della macchina. Si arriva ancora più in basso. Terrazzano fin dal fiume che scorre milleseicento metri sotto, il rumore dei trapani e una cucciolata di cani in mezzo alla strada, le capre a ruminare erba di ottima fattura sotto il ponte mentre partono i coldplay a tutto volume e pensi che sfiga. Dopo un paio di album siamo ancora lì, a fare su e giù per comprendere la bidimensionalità. Disorienta l’insieme, il primo piano è troppo primo piano e ciò che è vicino sembra lontano. Mangiamo. Tralasciamo. Ci serve un caffè e puntiamo lo snack bar “valle delle suore”, scopriremo che tutti gli altri hanno lo stesso identico nome, ma per Susanne Lipps era romantico indicarne solo uno. La tabaccheria è valle delle suore, la scuola pure, la farmacia, l’antipasto, non c’è la guardia medica, c’è la guardia delle suore, insomma, fortunatamente nel xv secolo non è arrivato un arciprelato. Volevamo un caffè, ci hanno rifilato due torte di castagna, un liquore alla castagna, uno al maracuja e uno all’ananas tanto per stomacare. Lo spessore della lievitazione lo quantifichiamo in numero dodici di centimetri. Spendiamo tanto quanto i tedeschi a fianco con primo e secondo, pensiamo che ci abbiano fatto pagare il coperto perché sopra di noi c’era l’ombrellone. Silvia non dice che sta male ed io propongo uno zig-zag tra lombi e lombate, quei luoghi di non ritorno, quelli che ti risucchiano curva dopo curva e non sai più come uscirne. Incontriamo le facce più brutte dell’isola, madri che sembrano zoccole e una quantità considerevole di gommisti. Ci piace e procediamo verso Camacha, Susanne Lipps insiste per visitare il museo del vimini, noi preferiamo chiudere a chiave e vedere da dove partono i sentieri pericolosi, ridiamo poi di una donna con lo zainetto che si avventura sola nel bosco. A Garajau c’è un mega cristo rei, purtroppo quello che è rimasto da fare qui nell’isola o è brutto o costa, oggi è il giorno dell’affitto e abbozziamo un pellegrinaggio. Sulla spiaggia c’è un sentiero tra la roccia, io prendo il tempo ed evito l’onda, Silvia s’inzuppa fino alle ginocchia. Susanne Lipps dice anche che è meglio non dare soldi a chi elemosina, portare la crema solare, rigenerarsi in uno dei tanti Nuns Valley e spendere sette euro per liquori artigianali con l’etichetta dei grandi magazzini, fare un bel giretto a Estreito de Camara per il mercato, guardare gli intrecciatori. Oggi è il giorno dell’affitto, abbiamo la nausea e le scarpe fradicie, la camera sporca e l’ananas in frigo, non sappiamo come andrà a finire, a volte tutto sembra possibile, a volte no, sarà un’altra rivoluzione cambiare le stanze e i tempi, e dopo che faremo. Non c’è nulla di così romantico che raccogliersi nei pensieri noi due, qui a Machico, con il dolore ai reni e il freddo nei muri, domani non ti leggerò Susanne, proprio non ne ho voglia.

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