Tra un anno e l’altro

Alla fine del 2011 la crisi incombe sui festeggiamenti, per lo spettacolo del 31 dicembre la città di Funchal ha speso solo un milione di euro. Niente a che vedere con quello di qualche anno fa, durato il doppio e seguito dall’ingresso trionfale nel Guinness dei primati. Qui sui fuochi artificiali non si scherza, è una questione di orgoglio, vogliono essere i migliori e in nient’altro mettono tanta passione. Li posizionano nei punti più impensabili, perfino sui guard rail delle strade, con la polizia a controllare che nessuno si avvicini. Già da una settimana la gente spara lampi colorati in aria da ogni dove, fino al conto alla rovescia, lo show ha inizio. Ti trovi circondato, non sai da che parte guardare, hai paura di buttar l’occhio alla collina perchè ti perderai quello che c’è al porto. Inutile fare foto, qualcuno tenta il video ma l’effetto non rende. D’un tratto la baia si colora di rosso, poi di verde, bianco, riflessi d’oro sull’acqua. Cascate, svolazzi, i classici cerchi, i botti a vuoto. Sono sopra la tua testa quando li sparano dall’aiuola lì dietro, l’autostrada è intasata, chi è in viaggio si ferma e al diavolo la viabilità. Qualcuno grida al fuoco. Una casa due vie più in basso sta bruciando, devono aver lanciato un razzo nella direzione sbagliata. Ce n’è un’altra lambita dalle fiamme, quella dicono sia la solita di ogni anno. Intanto si distribuisce uvetta a manciate, porta fortuna e chiunque ne vuole un po’, in strada un camion scoperto parcheggiato da ore diventa l’accampamento preferito dai ragazzi mentre bevono e fischiano poi sparano coriandoli. La casa continua a bruciare, e ciò che non stupisce fa restare noi soltanto a bocca aperta. Piccoli aerei sorvolano la scena, le navi attraccate non si contano e quanto deve essere bello guardare tutto dal mare. Chi visita Madeira in questo periodo sa cosa lo attende, anzi c’è chi viene apposta per tal caleidoscopio ripartendo poco oltre. Perciò l’amministrazione locale non bada a spese, che i pompieri stiano pronti ma per il turismo si chiude un occhio al rischio. Arriva il gran finale, quasi spaventa, paiono bombe quegli scoppi di luce intensa che fanno venire il giorno con troppo anticipo. Bum, bam, bom, pochi attimi di caos abbagliante, la calma dopo la tempesta. Sono passati appena 8 minuti dall’inizio del 2012.

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L’arcipelago: isole minori

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23-24-25 dicembre, Madeira

C’è un momento, qui nell’isola, in cui si scaccia la malinconia e si sta fuori fino a mattina. È la notte del mercato, e non ne abbiamo per niente voglia. Stephan ci aspetta alle 22.30 davanti al caffè del teatro, noi partiamo alle cinque per cercare parcheggio. Lo troviamo un’ora più tardi, dopo un pacchetto di sigarette, strade chiuse e inversioni, clacson e parolacce. Una ginja, nient’altro che liquore di ciliegia, rasserena lo spirito dentro coppette di cioccolato fondente. Fa caldo anche sulla panchina. Si aprono le danze, capannelli improvvisi avvertono prima d’ogni suono, allora corriamo per non perdere nulla e rimpiango solo un attimo quel trio russo di mandolini elettrici. Le filastrocche, i cappelli che si affilano, uno stuolo di pantaloni a righe e un ballo piegato sulla schiena, la più anziana a girar tra la gente senza dire nulla, mostrando con orgoglio il primo disco inciso. C’è un mimo che si trucca, ci sono anche i fiori a decorare la via, e non fosse per le luci che s’accendono e un Babbo Natale al centro della scena, sembrerebbe davvero una festa di paese, che festeggia un santo solo suo. Comincia un incedere frenetico, e spintoni per vedere un po’ più in là, verso i fiumi che dal monte cadono giù in città, e centinaia di baracche, cassette e pentoloni, l’agitazione di chi se ne occupa, leggiamo poncha e prendiamo tangerina, perché l’agrume soffochi quel po’ d’alcool, c’è la carne, i churros, gli hamburger e i pop-corn, ancora zucchero filato, le fisarmoniche a passeggio. Chi è di qua si ferma e non per guardare, si canta a turno, uno per volta, la stessa melodia e sopra parole, s’improvvisa come un rap di folklore, scherni e dichiarazioni d’amore, magari con la borsa della spesa in mano, si rinuncia al bicchiere versato al bancone. D’un tratto il passante che si credeva spettacolo scompare nel nulla, lasciando le risa dei più anziani a coronare la battuta vincente. Quelle quattro note si fanno lontane proprio ora che viene voglia di partecipare, inseguiamo il duo e ce lo facciamo scappare, poi il profumo del vino e dell’aglio fa intonare lo stomaco come sirene e permettiamo lui di assaggiare. Il manzo è pieno di grasso, solo la mollica nel pane trae il suo beneficio, Silvia manda giù tutto e io mi stimo della sua fame. Un’altra poncha, in una barca che si è fatta carretto, vengono da Camara, hanno le vele e pure lo stile. Faccio qualche foto, passa una vecchietta e mette la mano davanti, mi giro con lo sguardo di coltello e lei una catena di ‘sculpe, poi ride buone feste, ridiamo tutti buone feste. Facciamo anche il trenino azzardando l’acquisto di berretti che si colorano ad intermittenza. C’è ancora musica all’anfiteatro, un giovane amatissimo dal pubblico vocalizza un’interminabile strofa neomelodica, conosciamo il più esaltato del fan-club, bacia Silvia e sputacchia a me, vuole bere insieme, decliniamo per immortalarci sulla renna. Intanto a casa siamo sulla tv locale e cominciamo ad imbarazzarci di noi stessi. È ora, ci sono tutti quelli dell’altra volta più un amico di famiglia che ha perso la moglie da poco. Evviva. Ci rintaniamo in un quartiere tranquillo, alle venezuelane non piace la ressa e si strafogano di lupini, io allora mi lancio in una digressione sulla parabola discendente del calcio austriaco a partire dalla prima metà degli anni 50’, anche Silvia mangia lupini e m’impreziosisce di consigli sull’arte dello sbuccio. Solo uno del gruppo rimpiange la folla, è il nostro uomo, non parla inglese e non capiamo nulla di quello che dice, è sicuramente quello con cui ci troviamo meglio. Balliamo e saltiamo, ci perdiamo, ci inzuppiamo, poi ritroviamo tutti. Fanno la fila per il bagno e sgridano il compare per l’euforia. Butta male e ce la filiamo. Abbiamo già fatto la spesa, saremo noi due soli per la prima volta, è uno strano Natale ma comunque lo sentiamo, senza addobbi e forse più che in passato, ci siamo regalati abbracci e linguine al nero di seppia, oggi manca la neve, i cappotti dei parenti sul letto, la mamma che lava quella montagna di piatti, il girotondo dei cani a tavola, la chiacchierata in macchina con un affetto caro. Domani partiamo, tre giorni nell’isola qui vicina, forse qualche albergo cerca per l’estate, forse vedremo le balene dalla barca. Silvia ha fatto il tiramisù, oggi m’importa solo di quello.

Natale

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L’espada

Si chiama espada, per noi semplicemente pesce sciabola. Lungo e sottile come un’anguilla, nero, denti affilati e occhi d’abisso. A Camara de Lobos cacciavano balene, ora si devono accontentare di questo mostriciattolo lungo un metro e mezzo, e oltre la fatica, la consapevolezza di non essere ricordati con l’arpione al braccio a schiumare coraggio. Gettano reti, scendono fino a 1500 metri sotto il mare, senza sorpresa d’ una cattura diversa. Qui l’Atlantico offre poco altro, solo plancton e pesciolini di superficie. Il salmone viene dalla Norvegia, i gamberi dal Mozambico, le vongole chissà da dove. Ai banchi del mercato siamo pronti per l’asta, chi offre di più chi offre di meno, per il serpentone dalla carne morbida e dal sapore poco invadente. La signora là in fondo si aggiudica il morso migliore, la famiglia per questo Natale sarà accontentata. Bisogna comprare un pezzo bello grosso, perché in cottura l’espada perde volume e un pasto per quattro rischia di ridursi ad un assaggio per il cognato affamato. Lo mangiano anche i bambini, pastellato con le erbette e messo in padella. Da contorno, oltre a taccole e cavolo rosso, una banana caramellata e grigliata, a far la gola di tutto il parentado. Anche noi proviamo a cucinarlo così, come fanno i locali: prendi il tuo bel filetto e lo lasci marinare per un’ora in sale, pepe, aglio, olio e succo di lime, assicurandoti di inciderlo leggermente a formare una croce, così che gli odori raggiungano le fibre interne. Adesso occupati della panatura: come spesso accade le varianti sono tante, e per ognuna di queste otterrai un risultato diverso. Una semplice doratura se usi solo pangrattato, una cotoletta di pesce se aggiungi anche l’uovo, un croccante involucro se al pangrattato sostituisci latte e farina. Veniamo alla banana: sciogli un fiocco di burro, rotola il frutto nello zucchero di canna e adagialo in padella per cinque minuti circa. A fuoco spento, un maracuja ben maturo contribuirà a formare una deliziosa salsa di accompagnamento. Buon appetito, e attenti alle lische!

Porte Aperte n°3

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20 dicembre, Funchal (ci sono anche i dromedari)

Ci sono anche i dromedari nel presepe di Funchal. A grandezza naturale e agghindati con stoffe indiane a specchietti. I bambini cantano e ballano nei costumi tradizionali, la banda, le bancarelle di dolci e liquori, la gente sorride, compra e passa oltre. Camminiamo in mezzo al mercato, tra calderoni di zuppa e mattarelli che tirano il pane. Qui si chiama bolo do caco, si fa con le patate dolci e si spalma di burro all’aglio, ancora caldo. L’atmosfera natalizia si fa sentire anche se non lo vuoi. Luci colorate ovunque, spettacoli tutte le sere, c’è pure la danza del ventre, un lungo trenino addobbato, cappelli rossi su ogni capo. Le ragazze si trasformano in elfi, i ragazzi in garzoni e le nonne col fazzoletto in testa come sempre. A pochi giorni dal Natale l’unica nota stonata sono le maniche corte, qualcuno che nuota, il pirata Henique che attraversa la piazza e capiamo quanto l’isola in fondo sia piccola. Ecco un’idea, andiamo in montagna. Venti minuti di bosco, un paio di strati di nuvole bianche, e dall’oceano arrivi a 1800 metri di picchi che sembrano Alpi, non fosse per il sole che ancora scalda e di neve neanche l’ombra. Luca già fantastica sui 7 km di sentiero che uniscono le due cime più alte, io in all star e vestitino entro nel cono di vento e quasi volo via. Nel tornare dobbiamo toglierci una curiosità, svelare il mondo che sta sotto la corta pista dell’aeroporto. Troviamo due campi da calcetto, uno da basket, giostre e baracconi, il parchetto per i piccoli, gli autoscontri per i grandi, un circuito da rally, le barche per la pesca. C’è anche lo zucchero filato… giriamo la macchina e siamo a posto così.

Paesaggi

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I fratelli Do Mar

I fratelli Do Mar sono separati da un lungo tunnel ombelicale. Ed è certo che il profilo sia stato crudele con loro che possono vedersi soltanto con un occhio dello sguardo intero. Jardim e Paul sono due piccoli paesi tra le falesie, sud-ovest di Madeira.
C’è quello grazioso ed educato, sempre in ordine per gli ospiti, rifugio degli artisti e oasi di tranquillità. Alquanto ambizioso se pensiamo alla storia della chiesa: ci siamo ispirati a Notre Dame, dicono. Di sicuro è una gran bella chiesa, e non le guglie, non gli archetti, ma la vaga sensazione di marzapane, se permettete. A Jardim tutto si fa piccolo, i fiumi sono ruscelli, le strade stradine, le case casine, ma le banane grosse eccome. Le piante si intrecciano a volta sopra le teste, così una giungla ciottolata sbocca sulla via delle rose, e la via delle rose sul sentiero per il mulino, e dal mulino guardi il mare, e viene voglia di dipingere. Un po’ vanitoso se pensiamo alla storia della barella: incorniciata, targhettata, lucchettata. È di legno e serviva a soccorrere una caviglia storta, un mancamento, una caduta giù dalla roccia. Qui tutto è degno di nota. E non l’ ambizione, non la vanità. I succhi di Joe, il pirata Henrique sulla porta, gli ombrelli colorati di Tony Kitchell.
C’è quello rozzo, trasandato e con gli occhi azzurri. Non si nasconde Paul, non prova vergogna. Gli scorci fatiscenti, quell’abbozzo di edilizia popolare, tutta uguale. La faccia segnata di chi infila esche all’amo ogni giorno, una statua senza nome a vegliar la brezza, le mani a carte sotto il grande albero. Davvero non riesco a rubare l’intimità dei loro gesti, seppur siano lì, alla portata di un click, all’accenno di un sorriso. I ragazzi fanno surf, quando il vicolo cede all’acqua, i ragazzi guardano il surf. Ce ne sono tanti, seduti sul muretto, ad aspettare l’onda giusta, a tifare l’onda grossa. Poco più in là si ritrovano a ritemprar lo sforzo, per godersi il tramonto. Il Maktub è un tripudio di colori, rasta e folklore, e dentro tante parole, scritte sui muri. Chi si assimila a Gesù, chi novella traversate, chi racconta di sue bravate, e le bandiere, i manifesti, le tavole spezzate, un mojito e un chiasso che mancava qui nell’isola.
Così per un chilometro sembra di viaggiare una vita, ma non giudicate per nulla, i fratelli Do Mar buttano il collo ogni tanto a superar le barriere, e rassicurati per un po’, torneranno ad occuparsi dei fatti loro, d’arte e d’onda, e pur sempre di libertà.

Porte Aperte n°2

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