Save the Wave

Obiettivo duecento. Tanti sono i tunnel che Alberto Joao Jardim, governatore di Madeira da trentatré anni, ha intenzione di scavare tra le rocce di un’isola di soli 740 chilometri quadrati. A dire il vero, per oltre centoventi la missione è riuscita, e a questo si aggiunga il vezzo del più lungo di tutto il Portogallo, 3,5 km circa sulla rotta per Sao Vicente. Infrastrutture, superstrade, eventi. Il jardimismo, come lo chiamano qui, è la sintesi di passaggi a logica imprenditoriale: spesa pubblica, debito pubblico, produzione di Pil da ridistribuire, in eventi, superstrade, infrastrutture. Una crescita vorticosa, vertiginosa, che ha portato Madeira ad essere la regione economicamente più attiva della Lusitania, giovandosi di quell’autonomia speciale, fiscale e parlamentare conquistata nei primi anni 70’. Una crescita imperante, unilaterale, che ha altresì portato il minuscolo avamposto ad essere accusato di affossare il Portogallo intero, schiumando dall’Atlantico rivendicazioni e vittimismo da colonia quando dalla terra ferma dicono basta, stanchi di accollarsi irragionevoli passivi nel momento maggiormente delicato. Alberto Joao Jardim a carnevale sfila in mezzo alla gente, mascherandosi di volta in volta, glorificando immagini, tendenze, mestieri e simboli pagani, in testa al carosello come un re. Possiede l’unico giornale, servono dieci centesimi per acquistarne una copia e balza all’occhio la benevolenza. Alberto Joao Jardim vuole collegare tutto, obre de ligaçao l’appellativo sulla gazzetta ufficiale, Boaventura con Ponta Delgada, Ribeira de Janela a Porto Moniz e così via. Il nord è un cantiere a cielo aperto, al sud la via rapida corre da Caniçal a Ribeira Brava, una cinquantina di chilometri a centodieci all’ora, devo ammettere comodi e risolutivi. I mezzi pesanti evitano di compiere manovre azzardate su stradine strette un metro, i turisti viaggiano da un capo all’altro in meno di un’ora e mezzo. Mentre il rapporto tra domanda e offerta di lavoro è sei a uno, mentre alle elementari di Caniço girano anfetamine, mentre nella zona franca è arrivata la mafia, italiana, cinese, russa, mentre si invocano scioperi generali e lo stipendio minimo raggiunge appena i quattrocento euro mensili. Non è tutto. “Dentro la montagna e lungo la costa”, questo il motto. Paul do Mar è l’ultimo paradiso del surf, tre metri d’onda nelle giornate poco ventose, qualche affittacamere, un locale simpatico del quale già avevo parlato. Paul do Mar è anche l’ultimo paradiso dei giovani e contro la noia, lontano anni luce dai fasti rosati del Reids, dai finlandesi attempati al casinò, dai tedeschi al Mercado dos Lavoradores, dalla MSC attraccata al porto. Alberto Joao Jardim intanto inaugura negozi a Camara de Lobos, mentre i pescatori fanno la fame, e un giorno si un giorno no qualcuno s’accoltella. Dicevo, vogliono costruire una carreggiata a due corsie, di fianco una passeggiata a mare, di fianco ancora una barriera che rinforzi e protegga dalle onde. Che diventeranno sempre più piccole, che si mangeranno la spiaggia, che nessuno potrà più andare in acqua con la tavola. Non amo particolarmente il surf, ma odio il cemento e mi piacciono le onde. Non capisco più di tutto perché bisogna fare ligaçao di cose già ligaçate senza che vi sia un qualsivoglia beneficio di tempo, smaltimento o che altro. Non capisco, ancora, perché distruggere la parte dell’isola che ancora freme. Perciò invito voi che leggete a firmare questa petizione, è necessario solamente il nome e il numero della carta d’identità (BI), a condividere, pubblicizzare il post qui scritto e solo quello, soprattutto perché me ne vado dall’Italia e cade il berlusconismo, e dove vado poi, va beh, lasciamo perdere…

http://peticaopublica.com/PeticaoVer.aspx?pi=P2011N17499

I fratelli Do Mar

I fratelli Do Mar sono separati da un lungo tunnel ombelicale. Ed è certo che il profilo sia stato crudele con loro che possono vedersi soltanto con un occhio dello sguardo intero. Jardim e Paul sono due piccoli paesi tra le falesie, sud-ovest di Madeira.
C’è quello grazioso ed educato, sempre in ordine per gli ospiti, rifugio degli artisti e oasi di tranquillità. Alquanto ambizioso se pensiamo alla storia della chiesa: ci siamo ispirati a Notre Dame, dicono. Di sicuro è una gran bella chiesa, e non le guglie, non gli archetti, ma la vaga sensazione di marzapane, se permettete. A Jardim tutto si fa piccolo, i fiumi sono ruscelli, le strade stradine, le case casine, ma le banane grosse eccome. Le piante si intrecciano a volta sopra le teste, così una giungla ciottolata sbocca sulla via delle rose, e la via delle rose sul sentiero per il mulino, e dal mulino guardi il mare, e viene voglia di dipingere. Un po’ vanitoso se pensiamo alla storia della barella: incorniciata, targhettata, lucchettata. È di legno e serviva a soccorrere una caviglia storta, un mancamento, una caduta giù dalla roccia. Qui tutto è degno di nota. E non l’ ambizione, non la vanità. I succhi di Joe, il pirata Henrique sulla porta, gli ombrelli colorati di Tony Kitchell.
C’è quello rozzo, trasandato e con gli occhi azzurri. Non si nasconde Paul, non prova vergogna. Gli scorci fatiscenti, quell’abbozzo di edilizia popolare, tutta uguale. La faccia segnata di chi infila esche all’amo ogni giorno, una statua senza nome a vegliar la brezza, le mani a carte sotto il grande albero. Davvero non riesco a rubare l’intimità dei loro gesti, seppur siano lì, alla portata di un click, all’accenno di un sorriso. I ragazzi fanno surf, quando il vicolo cede all’acqua, i ragazzi guardano il surf. Ce ne sono tanti, seduti sul muretto, ad aspettare l’onda giusta, a tifare l’onda grossa. Poco più in là si ritrovano a ritemprar lo sforzo, per godersi il tramonto. Il Maktub è un tripudio di colori, rasta e folklore, e dentro tante parole, scritte sui muri. Chi si assimila a Gesù, chi novella traversate, chi racconta di sue bravate, e le bandiere, i manifesti, le tavole spezzate, un mojito e un chiasso che mancava qui nell’isola.
Così per un chilometro sembra di viaggiare una vita, ma non giudicate per nulla, i fratelli Do Mar buttano il collo ogni tanto a superar le barriere, e rassicurati per un po’, torneranno ad occuparsi dei fatti loro, d’arte e d’onda, e pur sempre di libertà.