Il sorpasso

Siamo noi e una Seat Ibiza del 1986 di colore bordeaux a contenderci gli ultimi metri disponibili per il cambio di corsia. E’ in quel momento che l’encefalo rielabora l’espressione da duro sottratta con garbo alle icone del film d’azione. Si tratta in particolare del fenomeno della mandibola oblunga, primo passo di una metamorfosi tra il placido e l’iracondo. In rapida successione poi, si conviene d’identificare la fossetta da tensione, la ruga occipitale, il rigonfiamento del quadricipite di sangue e adrenalina. Non si confondano le situazioni da semaforo, per freccia tardiva: Siviglia ore 13 è quanto di più grottesco si possa immaginare. Non è traffico, è sopruso. E’ la migrazione dei caribù, l’invasione delle locuste nelle steppe del Caucaso, i salmoni che risalgono il fiume. Il patimento d’anima e corpo che consuma la carovana è spesso accompagnato da un biblico lamento: il clacson abbandona la natura di suppellettile meccanico per farsi unica lingua, ciò che è baccano, frastuono nella vita reale, è verbo, richiamo, appena oltre lo svincolo per Cadice. Non esiste onomatopea che renda la trascendenza di tal coro, se ne può tradurre tuttavia l’intento qualora il botta e risposta avvenga tra singoli. Intanto, la scissione degli emisferi cerebrali provoca nel soggetto di sesso maschile la compresenza di immagini paradossalmente contraddittorie. A fianco della madre che appoggia il palmo della mano per sostenere il primo triciclo senza rotelle compare, a seconda del grado di cinefilia e virilità, Sylvester Stallone che tira la tromba bitonale al minuto trentacinque di Over the top, Travis Bickle in piedi davanti allo specchio ma già con la cresta Mohawk, Poncharello dei Chips sulla California Highway. Gli intersecamenti si fanno allegoria di un messaggio più alto, le croci dell’uomo moderno così moltiplicate nella dimensione spazio-tempo, l’infinità di scelte possibili, contraddistinguono la fragilità dei concetti di casa e appuntamento, le doppie uscite sull’imbocco di doppie entrate una chiara manifestazione del quo vadis contemporaneo. Il sentimento di alienazione dislocato dalle fabbriche rimbomba nell’ottovolante futurista, mentre l’aleatorietà del ritorno spinge l’animale a nefandezze di ogni genere. Proprio lì, nei centimetri d’asfalto, nella condensa grigia di ventimila marmitte, guardo lui, sbattere le vene del collo sul finestrino, smascellare follia, deformare il ghigno che appaga la platea, che sono i figli nel parco a giocare, cornifica il sorpasso con le unghie sporche poi scompare, insieme all’orgoglio per la lunghezza della marcia seconda, e da quello gli sembrerà di essere vivo, all’apice di qualcosa, finché poco più avanti non troverà uno come lui, accartocciato nelle lamiere, e si ricorderà solo allora di essere uno buono che ha svoltato in fila una giornata di merda.
Siviglia ore 14 è tempo di riflettere.

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La bolla

Mentre scaliamo a passi svelti la ripida via del ritorno sono ancora nell’acqua ad occhi chiusi e fluttuo libera come fossi qualcosa prima di me, e dentro, dentro di me, la sensazione che tutte le cellule schizzino impazzite, si moltiplicano per farmi sentire viva fino alle punte dei piedi e sotto le unghie, poi come calamite accavallate in gola spingono ad urlare. E urlo, libero i polmoni dallo schifo, pulita in un blu profondo e col solletico alle cervella, entro nella bolla per non uscirne mai più, voglio nascere ancora e scoppiare con la pressione del mare, spingimi più giù, verso quella porta, sto così bene a non aver paura, apri e fammi piangere un’altra volta, ti prego abbracciami come la polvere e risucchiami d’amore, ora, ancora..

Silvia sogna questa notte, fuori tira il vento ed agita le anime inquiete. Sono stanco di dormire. Avessi un carillon potrei ammuffire di ricordi, vibrare fino a mattina, rincorrere la testa che si perde nei pensieri. Questa notte mollo il guinzaglio, non ho un nascondiglio, voglio sapere tutto di me. Perché sono qui? Perché tanta fatica, e tanto dolore? Abbiamo fatto il bagno nudi, per la prima volta. Come eravamo felici, e come lo siamo ancora. Era stato un viaggio lunghissimo fatto per caso, tra un esame e l’altro di un’università che sembrava non finire mai. O forse volevo che non finisse mai, lo desideravo e basta. Forse stiamo scappando dal vuoto? Il bagagliaio era troppo piccolo per tutte le cose care. Vi avrei portato tutte, tutti con me, per ritrovarci immobili da un’altra parte e maledirvi, poi volervi bene come la pelle.

Luca non parla questa mattina.

“Ho caricato tutto, possiamo partire”
“Sai, è stata una notte strana, ti ricordi due anni fa quando c’era quel guardone dietro la roccia che ci spiava? Ho sognato quel momento, che scappavamo e la salita non finiva più!”
“Anche per me in un certo senso è stato così, ero sveglio e mi sono fatto troppe domande!”
“Quali domande?”
“Dove cercare la felicità in quello che stiamo facendo, a volte sento che non respiro”
“ Forse dobbiamo stare più attenti”
“Cosa vuoi dire?”
“Che non possiamo interpretare quello che siamo prima che venga la fine”
“La fine di cosa? Come fai a saperlo, tu?”
“La fine di un ciclo, la fine di una strada, forse è nel mezzo che sembra brutto o tutto scuro, forse stiamo solo nascendo ancora, un’altra volta. E non importa se la vita farà schifo come prima, saremo scoppiati insieme alla bolla..”
“Si, ma come fai a saperlo, che sarà così?”
“Non lo so, è stata una notte strana”.

Lasciamo Cabo de Gata di buon’ora, e qui un po’ di riserva della nostra gioia, fatta coi buchi nelle gomme, guardando l’agave fiorire, seppelliamo i segreti sotto la sabbia, ritorneremo a prenderli, se è vero che farà tutto schifo, se non sapremo dove andare, se litigheremo tanto, se non sorrideremo più.

Che sei in Andalusia lo capisci subito.

Che sei in Andalusia lo capisci subito. Intanto l’autostrada è gratuita e anche le biciclette tengono ad approfittarne. Alla cassa di un distributore di benzina ti apostrofano caballero e già credi che sia un merito, un motivo di vanto. Poi poco prima, l’immensa piana di Murcia, e invece poco dopo i secchi e morbidi rilievi che accompagnano fino al mare. Almeria è la prima che si incontra, e troppo spesso tagliata fuori. Qui come in nessun altro posto si ha la percezione di cosa sia la tettonica a zolle. Non intendo il paesaggio e basta, ma immagino che tutto abbia viaggiato dal Nordafrica su pavimenti di terra. La desolazione non per ultima. Fa un certo effetto seguire i cartelli scritti in arabo, fa un certo effetto ancora, arrivare così lontano così lentamente, dopo giorni di marcia a motore. C’è stato il tempo di prepararsi, fantasticare, programmare, prendere il vento in faccia e guardare da dove viene. Assaporare ogni chilometro e ricordare tutto ciò che è stato. Allora afferri che lo scenario di Campohermoso è lontano dal tuo concetto di civiltà due milioni di passi lunghi un metro, ma lo accetti e non lo giudichi per quello che è lì. Potrebbe essere infatti che al passo un milione novecentottantamila, qualche anno fa in una vecchia fortezza moresca, un gruppo di persone abbia deciso intorno a una tavola laminata d’oro di far tracimare serre di plastica in ogni pianura, su ogni campo e tra un rilievo e l’altro, solamente un po’ più giù. Non lo so, ma potrebbe. E così via, quando anche lo sgomento si fa disgusto l’unico sollievo che rimane è la distanza, non lo schifo. Piove e le case sono tutte di un bianco scrostato, i ragazzi giocano a pallone tra i rifiuti e i panni stesi, gli uomini invece compiono sempre lo stesso tragitto. A piedi, uno in fila all’altro, lavorano appena fuori quell’ammassare randagio di stanze e tristezza, dentro baracche a centinaia tutte uguali, ed è l’opacità che segna la vita e i nostri occhi. Non c’è colore, non c’è luce, i fogli piegati e i fogli da piegare, hanno rubato il deserto per farne un luogo ancor più freddo. Indossano giubbini di sicurezza sul ciglio dell’asfalto, quelli arancioni che si tengono nel baule, lo scuro della faccia una tonalità del grigio e li prendono sotto, corpi in piedi e pur travolti, un paio di scarpe, le biciclette arrugginite nei fossi, cose morte, solo quelle sembra riescano a fuggire. Sono macchie fosforescenti in mezzo al nulla che vediamo, vorresti immobilizzare la scia, sentire se è carne vera, acceleriamo per andare avanti ma è come tornare indietro, è d’artificio il luogo della plastica, due milioni di passi dopo tutto, un quarto d’ora di macchina dal nostro prossimo campeggio.

Le previsioni del tempo.

C’è agitazione nello studio. Il colonnello è seduto mentre gli assistenti al trucco tamponano il sudore, qualcuno allenta il nodo dell’uniforme, qualcun altro mette un cuscino a sollevare le gambe.
“Ce la farai”, incoraggia la regia,
“Prima o poi doveva capitare” sussurra la produzione.
Tre due uno in onda.
“Bel tempo sulla Galizia e i Paesi Baschi, nuvolosità senza rischio di precipitazioni nell’Extremadura e le regioni centrali, sole e temperatura in aumento su tutta la costa mediterranea. E veniamo all’Andalusia. In Andalusia beh, in effetti la depressione atlantica porterà aria fresca, ma le previsioni dell’aeronautica militare non garantiscono se sia questo probabile, o solo possibile”.
“Ti togliamo i gradi, dì quella parola!!” tuona il generale.
“ Va bene, va bene. Ecco, nella provincia di Almeria è segnalato…” e qui balbetta, finge un attacco di cuore, si asciuga, lo sguardo nel vuoto, saluta i figli.
“… un temporale, con tanta pioggia.”
Erano trent’anni che non pioveva ad Almeria, e si deve sapere che all’ufficio di collocamento avvisano che il contratto per un meteorologo è a tempo indeterminato. Salvo che…
Nel corso della storia il tema della successione, dinastica, divina, per merito, elettiva. Ma non è tutto qui, in Italia ad esempio usa la successione per conoscenza, in America trovi occupazione se superi la sfida dei dodici hamburger da mezzo chilo, quelli del Kansas, in Corea del Nord puoi sostituirti ad un operaio se solo affermi che Kim Jong-Il abbia fatto più canestri di Michael Jordan. In Spagna funziona così, me l’hanno detto, quando piove ad Almeria vai a casa, non puoi più fare quel lavoro, porti sfiga e ti carichi di stress.
Noi lo vediamo, il colonnello Anton, dagli schermi di un televisore poco prima Alicante. E subito stupore davanti ad un beverone chiamato espresso, poi rabbia fuori con le cromature dei mezzi pesanti che brillano. Quella rabbia di secondo livello, senza violenza e carico d’odio, quella sconsolata, quella imbestialita per gli Alisei. Quella comunque cieca e che pur sapendolo va bene così, che scagli contro il primo che ti si pone davanti, e allora non il coltello ma l’immaginazione ci fa sembrare giusto punire colui che ha dato la notizia. Come per il frutto cattivo ti arrabbi con il fruttivendolo, immagini che si strozzi con un limone, la melanzana intera nel colon, e sono pensieri intimi che non sveli a nessuno. Come la multa e il vigile, la sconfitta e l’allenatore. Ma la colpa è del sistema, dei comuni, dell’effetto serra, del calcio come business, di quelle cazzo di depressioni atlantiche. Siamo tutti anarchici quando guardiamo la bacchetta che si indirizza al fulmine, quando troviamo un verme nella pesca, con gli ausiliari del traffico. E allora vorremmo essere Zeus, contadini, vigili urbani, metterci dall’altra parte e sfogare ciò che finalmente possiamo, e non ce ne frega più dell’anarchia. Siamo solo ambizione finché non la raggiungiamo, siamo solo passione finché non ce l’abbiamo, siamo animali inefficienti e insensibili, marci e corrotti, e che piova, che tempesti, che spazzi via ogni cosa, vado ad Almeria a fare rissa con il fato.
“Luca, Luca, a cosa stai pensando? Cosa facciamo, stiamo fermi o ripartiamo?”, incalza Silvia
“Sento da mia mamma”
“Ahahahahaha”, sbeffeggia il grillo
“Taci, ho i polmoni che soffrono e l’umidità mi fa male”, rispondo io
“ Ah, e il fumo no?”
“Sei banale, perché non vai a fare compagnia al grillo di Silvia, che sta dividendo l’organico dalla plastica e non rompe le palle?”
Usciamo, siamo sullo spiazzo: “Silvia, grilli, mamma, colonnello, salite tutti in macchina, e svelti!”
“Cos’hai visto, perché tutta questa fretta? C’è un ragno? Un thailandese con la griglia? Una corrente ascensionale? “, chiedono in coro
“No, guardate là, sono i grattacieli di Benidorm, e voglio starci il più lontano possibile.”
I grattacieli di Benidorm, colate di cemento, colori acidi, colori pallidi, terrazze a triangolo, spigolature ovunque, nessun riflesso, tutti in alto per stare vicino alla spiaggia, dietro pianure deserte, ai lati di montagne rocciose, dieci cento mille gru, cantieri aperti, non si vede il mare, fra un po’ non si vedrà il sole.
Ripartiamo, la direzione è sempre quella, la pioggia a volte è bella, anche in tenda, ci scalderemo con un tè, magari fermiamo un giorno di più, magari smetto di fumare, comincerò con le flessioni, te lo prometto e me lo giuro, i capelli crescono con la barba lunga, voglio un braccialetto al polso, dei pantaloni larghi, siamo diversi, non è vero Silvia che siamo diversi?

Non avevo mai visto una tempesta di sabbia prima d’ora.

Non avevo mai visto una tempesta di sabbia prima d’ora. Davanti al campeggio con la spiaggia che sbatacchia la faccia. Siamo costretti a cercare rifugio in un piccolo albergo, lo stesso di cui avevamo approfittato qualche anno prima. Era la nostra prima fuga, una piccola vasca a gradini nella stanza, la finestra dava sullo stagno, i fenicotteri volare via al tramonto, un bicchiere di vino. Crolliamo subito dopo aver cenato, una zuppa in busta nella gavetta sbollire sulla piastra. La notte piove e il tavolo bianco arrugginito decide di premere sulla leva del finestrino, che si apre appena, sconvolgendo il risveglio di improperi ad un secondo dal caffè. Nonostante l’ecosistema si sia fatto paludoso anche nella vettura ripartiamo di buon’ora, e la lingua di Francia che rimane l’attorcigliamo rapidi. Esce il sole, viviamo la sosta: ci sono parchi e tavolini all’aperto lungo l’autostrada, mettere la freccia non è più una scusa, voglio solo svestirmi, stirare la schiena, fumare, bere un succo, aprire il tonno in scatola, provare il bagno di Narbonne. È una costruzione strana in mezzo al verde, della tecnologia più sofisticata, non c’è il lavandino, non c’è lo sciacquone, non c’è il phon. C’è la musica che copre i rumori, tre pulsanti a semaforo sopra il pertugio del sollievo. Con uno fai uscire un getto d’acqua, con l’altro fai uscire un getto d’aria, con l’ultimo poi cambi stazione. Prima ancora di ritrovarmi a penzoloni ho già sbrigato tutte le buone azioni che avevo in programma nella giornata: lavarmi le mani, non asciugarle nella maglietta, conoscere un nuovo artista. Quando sulla destra scorgiamo il cartello Andorra sfottiamo LLoret de Mar così tanto per fare. Quando passiamo LLoret de Mar, l’avevamo sfottuto così tanto che non diciamo più niente. Anzi Silvia c’era pure stata in bassa stagione, giocava numero 7. Credo che si debba fare qualcosa per il calcio femminile e tutto il movimento.

Fermiamo il motore a metà pomeriggio, quaranta chilometri sotto Tarragona, la luce della Costa Dorada è calda abbastanza da passeggiare scoperti in riva al mare, e calpestiamo forte ad evitare sorprese, di sabbia e di vene. Abbiamo con noi una tenda, di quelle da fuoriporta occasionale, la piazziamo fronte all’acqua dopo aver interrogato i punti cardinali, ci sentiamo professionisti dell’avventura. Il dito in bocca e la direzione del vento, la teoria delle maree, l’incunearsi del picchetto su di un terreno ghiaioso. Luca dice che un martello americano potrebbe fare al caso nostro. Ha comprato una cassetta degli attrezzi per quindici euro, e dentro brugole, chiavi inglesi, cacciaviti, seghetti, chiodi, un metro, un miglio. È stato il martello americano a convincerlo dell’acquisto, al Briccofer, trecento metri da casa, una scatola di plastica grigia ignorata da tutti, mentre io ero intenta a fantasticare sulla promozione delle foto da appiccicare alla tazza del water. La cartina aperta sul materassino, i cani scorazzano tutt’intorno, aspettiamo gli olandesi di ritorno, biondi in bicicletta, per scoprire da che parte di quello strano incrocio bordeaux tra camper e roulotte sia l’entrata, se dal tetto, se invece esce una scala, oppure da sotto con sforzo di braccia. Immancabilmente, soffermarsi su pregi e difetti di camper e roulotte, ti avvicina alla pensione e all’età degli investimenti. Torniamo giovani paventando un bagno in mare, una spaghettata di mezzanotte, un falò, schitarrami un po’, forse una seduta spiritica, un monopoli, niente di tutto ciò. Il tempo di avere un pensiero per chi ti sa già lontano, decidere dove puntare l’indomani, e risucchiati dal sonno, da un sogno che non è più a metà, facciamo uno di due sacchi a pelo senza che altro ci culli della paura di niente. Al primo mattino stiracchi e lamenti, un epico conflitto di diritto sponsale sull’invasione dell’altrui giaciglio, un sospiro, un biscotto, andiamo verso sud, nella provincia più arida e meno piovosa di tutta Europa, direzione Almeria.

Ci sono due strade che portano a Les Saintes Maries

Ci sono due strade che portano a Les Saintes Maries, una panoramica e una no. Una larga e una stretta. Una breve e una lunga. Il cartografo le traccia così.

Un bambino gira il suo mappamondo, fuori è buio ma c’è una lampadina ad illuminarne tutti i confini. Si chiede soprattutto perché il Congo Belga sia colorato di rosa. Se sia maschio o femmina. All’asilo ha appena imparato la regola della “a” e della “o”, dietro il grande albero in cortile. Chiude gli occhi, per non dover confidare a nessuno l’ambiguità cromatica del suo regalo più bello durante il gioco dei segreti, piuttosto punta il dito e sente scorrere gli oceani, le pianure più vaste, fino alle montagne giù dentro ai vulcani. Il bambino cresce e con lui le tentazioni. Capita infatti che un occhio gli si apra al momento del giromondo, e non l’aveva ancora fatto, da quando in luogo di sacra confessione altro non si era guadagnato che un bel castigo: novanta inchini a Dio, questo il contrappasso, per colui che muove le difese di chi è “o” e insieme pure rosa. Il prete convinse la madre a gettare simile sfera di demonio, fortunatamente il giovane ebbe modo di trarre insegnamento invece che dalla morale dalla sua stessa trasgressione. Apprese per primo l’arte del ricordo, così che i fiumi e le foreste ne occuparono la mente, s’impadronì poi d’una virtù, regina fra tutte, la curiosità, così che i poli e le piccole isole non furono da lui dimenticati, coltivò il disegno e l’amore per la rappresentazione, così che diventò abitudine incantare con i ritratti della terra. Il ragazzo diventa uomo, e con lui matura il desiderio. Ogni angolo, ogni abisso vorrebbe esplorare, partire da lì dove il Rodano si butta in mare, e perdonare infine l’indice sinistro con il quale era solito zampettare sempre oltre, per la fretta di arrivare ai Pirenei. Ma la cattiva sorte sposò lo sventurato, che nel giorno più importante fu costretto a letto da un infausto mal di schiena. Doleva, doleva forte, e ancor di più il dì a venire, e così quello dopo ancora. Troppi ossequi disse il medico, e tutti in una volta! Un amico vero allora, di quelli proprio rari, per rincuorare il cartografo, oramai triste prigioniero d’una stanza, fece a lui una promessa: “Vado io per te dove hai sempre voluto andare, e prima di tornare scrivo tutto, così se un giorno verrò a mancare tu ancora continuerai a viaggiare”. Ma l’amico non tornò, e il cartografo non resse, oltre alla schiena, un nuovo supplizio nell’animo.

Se mai dovessi, io che son stato, fare l’amico e tornare per tempo, direi questo al cartografo, senza avere paura di dare un sol senso: ci sono due strade che portano a Les Saintes Maries, una che abbiamo sempre sognato, e l’altra che è proprio così.

Alba. La Liguria s’è stretta ancor di più.

Alba. La Liguria s’è stretta ancor di più. Ho freddo, e sonno, e Luca mi parla di una canzone, Drowning men dei Fanfarlo, di come non si inventi nulla di nuovo, ma sia la sintesi perfetta di altre due, che davvero non ricordo. Ci ha messo giorni a preparare la colonna sonora del nostro viaggio, ne deve scartavetrare l’essenza, giustificare ogni scelta. È in quel momento di ossesso e frenesia che non lo si tiene a bada, tra dream pop e post-punk. Gli manca Piva, penso. Non è davvero pesante, incalza con la stessa foga di chi è usurato dalla confezione perfetta. Uno spazio immaginario per le mostre, ecco cosa sono. Mi riempie di tutto, concetti, progetti, e ciò che sta in mezzo. Offro le mie quattro pareti bianche, a volte poco altro, ma all’esposizione non è invitato nessuno e questo fa felici. C’è sempre stato conflitto tra l’intimità di un pensiero e il desiderio di venirne fuori, si fa la pace quando lo immaginiamo comunque solo nostro. Allora apriamo un blog. Cosa ne penso mi chiede, ignorando l’ennesimo autogrill. L’abbiamo sempre voluto fare, rispondo. Cosa ne penso del dream pop mi chiede. Silenzio. Sbadigliare è come perdere la connessione, un filo interdentale tra le orecchie, spesso ho la sfortuna di essere interpellata nel frangente in cui l’epiglottide si stringe a sé. Ho perso un frammento e devo recuperarlo. Lui già anticipa il suo vabè e il flusso del traffico si palesa metafora del mio rincorrere. Non reclamo conferme, non imploro soste dopo trenta chilometri, mi vergogno ad essere distratta come incontinente, posso solo sfiorare la mano sul cambio, maledire una crema mai data, prendere tempo rimboccando la coperta sul posteriore. Penso che Luca abbia voglia di un figlio, mi guarda così attentamente mentre lo faccio. Non penso nulla del dream pop. Conosco tutte le canzoni dei Mercanti di liquore, ho un cd qui pronto e non lo sa, l’ha capito da un po’. I suoi tratti diventano gentili, accoglienti, e mettilo su dai, non c’è problema via. Oddio, non ci posso credere, ho un biglietto per la mostra e non ho un iphone. Pazienza la mia mano è lì, liscia come mai in prossimità della fessura, mi chiede hai la pipì, rispondo certo, tic tac fa l’introduzione della freccia, per un momento è l’hit che m’ero persa. Duecento metri all’uscita, questo c’ha pure il ponte dice lui. Dopo Silvia abbassiamo il volume, raccontami di te. Non è forse amore questo? Usarsi e adorarsi, concedersi al ballo, al tonfo, al non so nulla di nulla, prendere largo un vabè, un out-out,un tic tac, stracciare l’invito, non sono il contorno, a volte lo scordo. Due paste e due caffè, festeggiamo la frontiera.

E’ tutto pronto.

È tutto pronto. La prospettiva di caricare anche la stampante si infrange nel piccolo bagagliaio di un’utilitaria, ma quella sola rimarrà a casa, in compagnia di una manciata di orpelli femminili. Siamo stretti nel parcheggio, la portiera si apre malamente da entrambi i lati e rende difficile assemblare uno ad uno i pezzi della nostra vita. Quella che scopriremo essere una scienza si riduce inesorabilmente a un borbottio di oggetti che pure pretendono un poco di comodità. Un tavolo bianco, arrugginito sulle gambe, regge il peso di ogni cosa, e ogni cosa a formare un grattacielo di speranze, prima fra tutte evitare quel crollo rovinoso che, coincidenza, lo immagino durante un sorpasso,in curva, di un tir, su asfalto bagnato. Fosse freddo metterei i guanti, quelli con le puntine sul palmo a non farti perdere l’aderenza, fosse giorno invece, quegli occhiali grandi e grossi che solo dentro un sidecar non provi vergogna, fosse presto muoverei le spalle, le braccia e le gambe, tanto intimorito dalla lettura, qualche mese prima, di un inserto sulla trombosi venosa del viaggiatore. Disgustato dal suo pseudonimo, sindrome da classe economica, immagino la frizione di una Bentley, che quando non è spinta, spinge sul tuo piede a pomparti sangue nel polmone, e penso a nuovi orizzonti, nuovi business, al razzismo di Larousse. Silvia rimbocca la coperta che tiene saldo il mobilio, e a tutt’ora non so spiegarne il motivo, ma penso abbia voglia di un figlio. Di fuggita i saluti, nel cuore della notte, come emotivamente programmato da chi preferiva singhiozzare su di una dormiveglia, così che rapido indolore chiudo la porta del mio sentire solo dopo averne lasciato una fessura, a spiare lo smarrimento dinanzi la cuccia rossa, il teatrino degli affetti di pelo. Vederla sfocare all’ispessirsi d’un velo di acqua e sale trattenuto a stenti. Il mio fantasma è ancora lì. O forse è proprio lì che se ne è andato. Allora metto gli spigoli a non farmi male, tocco maniglie d’ottone e invento un Dio che sa di missione. Allora penso alla pressione delle gomme, all’altezza dei fari, al prospetto dei consumi, e sto bene. Abbiamo nascosto la macchina in un seminterrato buio, pieno di colonne e spifferi, l’ho sempre chiamato garage, ma in effetti non c’è nulla che in quel posto stia comodo e si senta inviolabile. Non ci sono mai stato tranquillo, fin da quel giorno, appena presa la patente. Gli occhi di mio padre a seguire ogni centimetro della fiancata, rigata, per uno sterzo troppo stretto. Si incazzò davanti a due operai che lavoravano accanto, loro risero, io piansi. Va tutto bene, il rombo, le traiettorie, la telemetria del mio cervello, spingo forte fino ad imbiancare la carne il pulsante che fa alzare l’ultima sbarra, e prima che ci cada addosso, la strada si fa nostra.